venerdì 23 giugno 2017

(tutti) i figli dell'Italia

foto da L'unità.tv


Ius soli
Il diritto di appartenere a una terra che ti ha visto nascere. Una terra che ha dato da vivere ai tuoi genitori. Una terra che e’ la tua lingua, la tua città, la tua scuola, i tuoi amici. 
Un paese che è la tua legge e il tuo diritto. Un diritto che ancora non hai. Parlo di ogni bambino o ragazzo o ragazza che nati in Italia non hanno ancora la nostra cittadinanza. Perché non sono considerati italiani e perché molti dei nostri politici, sempre i soliti, non vogliono permettergli di diventarlo.

E come d’abitudine in quest’occidente, che dovrebbe avere la civiltà, la cultura e l’umanesimo nei suoi valori più forti, tutto diventa politica. Dopo le botte e i botti al senato che hanno fatto nera la ministra della scuola Valeria Fedeli e il capogruppo del carroccio Gianmarco Centinaio, adesso che aspettiamo che la legge nasca, Alfano frena: riflettiamo dice. 
Sono 20 anni che riflettiamo sempre sullo stesso tema signor ministro. I grillini, che ormai hanno deposto la loro maschera di arlecchini, e che se la spassano con il loro amico sputafuoco Salvini fanno di tutta un’erba un fascio: per loro tutti la cittadinanza ai neri e ai gialli che sono nati qui è come uguale a fecondare l’ immigrazione selvaggia. 
Ma non hanno capito, per una volta queste teste di capra, che in detto caso si tratta di concedere un futuro e un destino a bambini e ragazzi che giocano e studiano coi nostri figli? Non hanno capito questi cacciatori grossi e piccoli di voti elettorali che se non vogliono piegarsi alle leggi della cultura e dell’umanità dovrebbero almeno farsi contagiare da quei pochi schizzi di intelligenza che arriverebbe anche a un cercopiteco? 

Vogliamo esasperare gli animi dei nostri immigrati e quelli dei loro figli per trasformarli in chiocce di odio e in militanti pronti al terrorismo? Vogliamo comportarci, come, anzi peggio, della Francia e dell'Inghilterra, i cui popoli non possono più andare serenamente a un cinema, a un concerto o a una partita di calcio? 
Possibile che questi ottusi politicanti non abbiano ancora capito che l’unica nostra arma sta nell’accettazione del diverso e nella comprensione profonda dell’accoglienza? 
Si, possibile.

Stella Pende

martedì 13 giugno 2017

I figli ammazzati del Venezuela


Venezuela della rivoluzione. Venezuela davanti al crollo economico. Venezuela della tortura.

Bastonati a sangue e poi lasciati morire a terra come stracci. Violentati con scariche elettriche e poi evaporati da carceri e penitenziari. Messi davanti a un muro e costretti a rialzarsi per morire in piedi come gli ordinano gli aguzzini della Guardia Nacional. quegli assassini che dopo ogni colpo sghignazzano tra di loro come davanti a una lotteria vinta. 



Così la dittatura venezuelana “ringrazia” oggi gli studenti che lottano contro la feroce repressione del presidente Maduro che solo dal mese di aprile ha arrestato 1668 persone. 


Nicolás Maduro,
presidente della Repubblica Boliviana del Venezuela
Il paese ogni giorno di più diventa prigioniero della follia marxista e surreale del degno erede di Chavez. L’economia affoga in un’inflazione che bolle, il governo e il tribunale supremo hanno bloccato il lavoro del parlamento. 
Una nazione che non può legiferare si definisce da sola: totalitaria e contro i diritti dell’uomo.

“Mio figlio manifestava civilmente con altri ragazzi ed è stato colpito a bastonate poi è sparito” racconta un padre che vuole mantenere l’anonimato per proteggere la speranza di veder tornare il figlio sedicenne. 

Come Alfonso N. decine e decine di ragazzi sono stati arrestati durante cortei e nelle case e vivono in galera l’inferno delle torture più feroci. Scariche elettriche, bastonate ed esecuzioni finte. Ma chi parla del Venezuela? Chi ricorda quel paese, una volta ricco e incantato, dove un presidente come Chavez aveva promesso al popolo uguale felicità e prosperità per ogni cittadino? 

I giornali internazionali raccontano ogni giorno i fatti e le storie di questo paese lontano. In Italia, occupata a raccontare le bizze di Grillo e le glorie di Renzi, nemmeno l’onore di una riga. Per questo credo giusto seguire la battaglia che affronta per la libertà e per la vita questo popolo dimenticato nel nostro paese. 
A cominciare da oggi.    


Stella Pende

martedì 6 giugno 2017

L'Isis diventa europea

In uno degli ultimi video di propaganda dell'Isis si riconoscono icone e monumenti delle maggiori città Europee, come Londra e Parigi.



I terroristi dell’Isis hanno evidentemente spostato in maniera carsica il loro terreno di operazioni in Europa. Prima hanno caricato sulla Francia, con gli attentati di Parigi e di Nizza, adesso che i francesi hanno forzato l’allerta massima e indurito le leggi, il focus si sposta sull’Inghilterra. 
Londra ha paura. 

Il fatto che mi ha più colpito dopo questo attentato è stata la richiesta di aiuto alla gente del governo. A quelli che hanno visto di più ma anche a quei temerari o fessi che, sfidando ogni panico, hanno ripreso coi loro cellulari, ormai avvezzi a qualunque crimine, le gesta assassine di quei maledetti bugiardi. Perché vogliono farci credere di fare un regalo ad Allah pugnalando e investendo poveretti che  non hanno difesa. 

Alcune donne appartenenti alla comunità islamica di Londra manifestano con dei cartelli che esprimono condoglianze e sostegno alle vittime dell'attacco terroristico di London Bridge a Londra del 3 Giugno. da Panorama.it


La May ha detto: chiunque sia in possesso di immagini o di notizie si rivolga a noi. Alcuni professori di terrorismo la vedono come una resa, una dichiarazione di debolezza estrema non necessaria. Anzi pericolosa. Altri applaudono a questa donna (un uomo lo avrebbe mai fatto??) che vuole coinvolgere il suo popolo in questa guerra contro il male e che non si vergogna di chiedere aiuto. 
Io sono tra gli ultimi. 

Quello che non ho capito invece è stata la sua mossa subito dopo l’attentato di Manchester. Abbassare l’allerta e dunque i controlli. Forse un modo per non fare affogare gli inglesi nella paura proprio davanti alle elezioni. Forse un terribile errore di strategia. 
Ciò che mi sento di dire è che, oggi più che mai, sono orgogliosa di come il nostro ministro dell’interno Minniti (facciamo i dovuti scongiuri, ma non si può sempre pensare al peggio scoraggiando la verità) si dimostra  sempre  di più regista straordinario di operazioni giuste, mirate e lungimiranti. Di come le nostre forze di polizia e i nostri servizi segreti siano capaci di continua e infrangibile collaborazione. 
Di come, per una volta, possiamo essere fieri di questa nostra terra. 
Davvero.

Stella Pende

domenica 28 maggio 2017

Arriva Confessione reporter Incontri

Anni  e anni passati tra guerre, pestilenze e dolore. Incontrando uomini donne e bambini invisibili. Perché nessuno sa che esistono e nessuno conosce la loro sofferenza. 

Anni, cercando di dar voce ad eroi del bene che regalano la loro esistenza a chi soffre, sopportando perfino l’onta di chi li accusa di guadagnare sullo strazio della gente. 

Anni di illusioni. Quelle di aprire una finestra sul mondo appannato, anzi buio. Perché l’Africa, la Siria e l’Iraq, cioè il Medio Oriente dei poveracci non interessano quasi più a nessuno. Ma anche un tempo di felicità piena. Travolta e dedicata  a questo mestiere che ti apre mondi e verità che mai vedresti, che ti porta infondo alle ragioni e ai torti  della storia. Che diventa, rimane e rimarrà per sempre la tua vita. 

Anni, gli ultimi, dedicati alla comprensione del nuovo terrorismo arrivando dopo tante inchieste a capire che di un ragazzo kamikaze di 20 anni che  ammazza  quasi trenta bambini, non potrai mai capire nulla. 

E tra un viaggio e un’avventura che ti resta addosso come una memoria indelebile tornare a casa, dai tuoi figli. Cominciare a respirare di nuovo quella che si chiama la normalità. E cercare di ritrovare il filo degli avvenimenti. Guardare la televisione. Cercare le trasmissioni che ti riportano a oggi, ai fatti e ai nuovi eventi del tuo paese affidandoti ai grandi cronisti dell’informazione televisiva. Ai tuoi preferiti, quelli che vorresti essere, ma anche a quei colleghi che raccontano la realtà usando un palcoscenico più spettacolare perché senza di loro, diciamolo, la politica e la cronaca sarebbe davvero di pochi. 

Così e per questo nasce Confessione Reporter Incontri. Perché dopo aver raccontato nei miei reportage il cuore e il senso del mio mestiere ho sentito il bisogno di capire e di far capire il lavoro degli altri. Dei grandi giornalisti televisivi. Degli infrangibili intervistatori militanti delle news tv. Grandi e grandissimi. Ma tutti diversi. 

Ho cercato di preparare una macedonia di varie professionalità: dall’imperatore dell’attualità Bruno Vespa  alla domatrice delle emozioni Barbara D’Urso. Da Corrado Formigli che va a Mosul incontrando i terroristi dell’Isis per poi atterrare lo stesso giorno nel suo studio de La7, a Bianca Berlinguer, unica donna ad essersi guadagnata la prima serata di Rai 3. Dal maratoneta delle news Enrico Mentana, che ha parlato del giornalismo e dei giovani, ma anche dell’amore e della nostalgia per il passato, fino all’incontro col campione pop di ascolti della domenica di Rai 1, Massimo Giletti.
E Massimo, sorpresa, non ha confessato i suoi dubbi e le verità sulla Rai, ma ha anche ricordato quei piccoli bambini che incontra a Lourdes tutti gli anni. E ha pianto.  


Stella Pende

mercoledì 17 maggio 2017

Cani da soccorso


Parevano davvero tre nuvole col naso quei 3 cuccioli affiorati dalla neve che ha ingoiato l’albergo Rigopiano. I carabinieri forestali con i vigili del fuoco hanno dovuto distruggere un muro per salvare quei canetti, orsi bonzai, attaccati uno all’altro accanto alla caldaia nelle cantine. Li hanno stretti sorridendo in quella giornata buia di buone notizie. Poi li hanno portati ad incontrare i loro genitori Lupo e Nuvola, due pastori abruzzesi, giganti della montagna e mascotte dell’hotel che, misteriosamente, sono riusciti ad arrivare a valle poco dopo la tragedia. 
Vi chiederete come è possibile scrivere di cani, quando decine di vite di uomini e donne sono ancora affondate nel ghiaccio. Quando tante famiglie, travolte da questo terribile lutto, piangono i loro amati o aspettano disperate notizie di padri e figli? Come si può occupare di animali, una giornalista che fruga nel dolore dei dimenticati del mondo? ...Eppure ho suggerito questo articolo perché mi pare giusto sapere finalmente quanto è valoroso e importante il lavoro che certi cani fanno per restituire la vita a uomini, donne e bambini in Abruzzo e dovunque nel mondo. Quanti successi nei ritrovamenti di disastri naturali, di terremoti e di valanghe, quanta fatica e dedizione si deve a loro.  Proprio loro di cui parliamo magari per condire il nostro articolo denso di vero dolore con “una nota” di colore. 
Sulle rovine dell’hotel Rigopiano, Corto, Diana, Laika e Sally sono arrivati con  le squadre delle unità Cinofile del Centro del Soccorso Alpino. Lì, dal primo momento, uomini e cani hanno lavorato nel gelo per notti e giorni senza fermarsi. I cani hanno indicato spesso il luogo giusto, quel pezzo di neve esatto che nascondeva tanti metri più sotto una donna o un bambino che continuavano a sperare nella vita. 

Le rovine dell'hotel Rigopiano dopo la valanga del 18 Gennaio 2017


“Loro fiutano. Noi scaviamo" Matteo Gasparini, responsabile del soccorso alpino della Valdossola, lo ha detto sincero, perché sa che questi eroi a 4 zampe possono fiutare una vita fino a 5 metri di profondità. Perché sa che il lavoro nobile e coraggioso dei suoi colleghi è stato aiutato dai loro amici pelosi. Sa quante persone sopravvissute sono state estratte grazie a loro. 
Vengono da addestramenti molto impegnativi questi cani. Le scuole che formano le unità cinofile sono specializzate nella ricerca in superficie, nelle valanghe e nella ricerca di persone disperse. “Quando un cane ha fiutato la presenza di un sopravvissuto ha comincia a girare su sé stesso, a scodinzolare e a impazzire dalla felicità” ha raccontato un amico dei vigili del fuoco. Queste scuole altamente considerate fondano il loro valore nel rapporto tra l’uomo e il cane che diventa simbiotico e infrangibile. L’animale serve il padrone con felicità, il suo è un darsi totale. Mesi e mesi di addestramento finché il peloso può muoversi in terreni inagibili in totale sicurezza e destrezza. 

Bretagne e la sua padrona Denise a Groud Zero
dopo gli attentati dell'11 Settembre
La storia delle unità cinofile arriva dal lontano 1960. In quei giorni nei pressi di Salda, Alto Adige, “un meticcio qualunque” di nome Mohrele, cane di una famosa guida alpina del luogo guaisce e gira in tondo sul luogo dove un anno prima è arrivata una valanga. Il padrone decide di scavare e trova il corpo del parroco del posto che tutti cercavano da tempo. Da lì al 1968 quando si celebra il primo concorso nazionale per cani da valanga. Ma ci vorranno ancora vent’anni perché le unità cinofile vengano riconosciute a livello nazionale. Del resto Rigopiano non è certo il primo palcoscenico dove questi amici dell’uomo e della vita hanno fatto la loro parte di protagonisti. Li ho visti scavare senza sosta e con le zampe ferite dopo il terremoto dell’Aquila e dopo quello di Amatrice. E come dimenticare il coraggio di Bretagne, il Golden Retriver che dopo la caduta delle Torri Gemelle ha scavato a Ground Zero dieci giorni accanto alla sua istruttrice Denise Corliss salvando decine di vite? E ancora Ricky, una montagnetta di peli ricci, che in India dopo il terremoto orrendo del Gujarat, proprio davanti al pianto di noi giornalisti, ha tirato fuori dai crateri della terra un bambino di 4 anni stretto al suo collo. 
Oggi i cani della valanga lavorano ancora accanto all’eroismo dei soccorritori. 

Oggi nell’era della gloria tecnologica, la generosità di un cane resta ancora la possibilità e la speranza di salvare una vita.      

Stella Pende

sabato 13 maggio 2017

Albania salvata dalle donne

La testa del bambino Kevin oscilla come quella di un cavallino a dondolo. Ha 12 anni, ma pare un figlio arrivato dall’aldilà. 
lo è. 
Non una parola, solo un sorriso triste e due occhi imploranti di vita. Suo padre Murvete, 15 anni fa, ha ammazzato un uomo del villaggio di Puka nelle montagne incantate dell’Albania. Da allora Kevin con tutta la famiglia è prigioniero della sua stessa casa. Mai visto il cielo. Mai corso su un prato. Mai andato a scuola. Li chiamano i bambini pallidi. Almeno 800 piccoli murati vivi e condannati a pagare le colpe dei padri. 
Il loro carnefice si chiama kanun: «Chi uccide sarà ucciso per vendetta dalla famiglia “offesa”» recita quel codice di 300 anni fa che il comunismo aveva zittito, ma che oggi pare tornato a comandare. «Quell’uomo voleva a tutti i costi la sorella di mio marito. Ma faceva il trafficante di ragazze e l’avrebbe venduta»: Gerzim, madre di Kevin, parla per tutta la famiglia. «Allora siamo andati alla polizia, abbiamo supplicato quell’uomo di lasciarla. Invano. Finché una notte ha cercato di rapirla. Così mio marito è diventato un assassino. Ha scontato tutta la sua pena, ma dal giorno in cui è libero nessun maschio può uscire di casa, altrimenti per la legge della vendetta verrebbe ucciso».
Oggi Gerzim è l’unica a uscire, a cercare aiuto, a lavorare. La famiglia vive dell’elemosina dei vicini. Null’altro. Lei non sarà mai uccisa, la sua vita di donna vale troppo poco. E Kevin? «Kevin non ce l’ha fatta. Stare sempre da solo, come un cane alla catena, l’ha reso ritardato». Ma Kevin non è un bambino ritardato: è solo ammalato di solitudine. Gli sarebbe bastato essere il bambino che non è mai stato. Oppure basterebbero cure mirate.
Lascio la casa. La famiglia intera affacciata alla finestra. Una finestra fatta per sparare più che per guardare.



È l’Albania dei contrasti. Da una parte un paese che chiede di entrare in Europa, perché la sua economia galoppa (il pil è cresciuto del 13 per cento rispetto a due anni fa), perché vorrebbe essere così «moderna» che il presidente Sali Berisha ha promesso una legge sui matrimoni gay. Perché Tirana è così bella da meritarsi il nome di «piccola Parigi dei Balcani». Ma dall’altra è un paese che non riesce a liberarsi dalla violenza, dalla miseria e dalla barbarie. I più fragili e poveri (vecchi, donne e bambini) soccombono. Ma se non c’è giorno in cui i giornali di Tirana non raccontino di atrocità sulle donne, nessuno più della femmina albanese tiene in mano l’anima di questo paese. La donna, soprattutto, è la grande musa del cambiamento.

Nelle stanze dell’Associazione delle donne, coperte dalle foto di femmine felici e infelici, Savim Arbanà e Fabiola Ergo, famose critiche letterarie, hanno fatto della loro esistenza una guerra contro la violenza alle donne. È un’autentica epidemia di persone picchiate, torturate e uccise. «Almeno sei casi al giorno. Una moglie violentata in Albania è stretta fra due morse: la famiglia che l’abbandona e il marito che la terrorizza. Se la polizia non indaga davvero, e se i giudici si fanno corrompere, come spesso accade, noi diventiamo confessori, avvocati e, perché no, anche detective» dice Fabiola Ergo, chioma nera e bocca di rosa, mentre mostra il manifesto con i casi più atroci. Il più agghiacciante è quello di Enrieta, businesswoman trovata a pezzi nella spazzatura della sua stessa casa. Primo sospettato il marito. Peccato che il brav’uomo fosse anche il capo della polizia criminale di Tirana e che per questo sia stato sospeso dall’incarico, rimanendo naturalmente uomo libero.

La violenza sulle donne in Albania è un’attrice trasversale. Frequenta case misere come gli alti palazzi. Rodina, povera ragazza del nord, era letteralmente prigioniera del marito, pazzo e violento: «Aveva addirittura murato le mie finestre: se mi affacciavo, ero una puttana. Un giorno mi ha quasi ammazzata davanti a loro. Quando mi sono svegliata nel sangue la mia bambina mi ha detto: mamma, lasciamo quest’inferno e io sono venuta qui». Rodina non ha voluto che cambiassi il suo nome, né ha voluto coprirsi il volto, «per dire alle donne dell’Albania che vinceremo solo battendo la paura. Parlate, vi prego».
Arriva il capitano della nave delle donne. È Savim Arbanà, scrittrice dai capelli rossi come la mantella di un cardinale: «Ormai siamo un network di donne invincibili: associazioni, club e volontarie. Dopo 50 anni di orrore sotto il comunismo, abbiamo scelto di essere liberi. La libertà in questo paese ha un prezzo alto: la violenza, l’analfabetismo, la fame. Ma ce la faremo. L’Albania di oggi non è ancora quella che sogniamo per domani, ma permetteteci di conquistarci i nostri sogni e ingoiate i vostri pregiudizi sull’immigrazione degli albanesi tutti assassini».
Savim è un fiume in piena: «Perché non parlate mai della nostra immigrazione selvaggia? Sì, quella dei poveracci montanari del nord. Solo qualche anno fa Tirana aveva un quinto dei cittadini di oggi. Adesso siamo invasi da noi stessi. Li chiamano “i ceceni”. Come i selvaggi, come i barbari.Vengono da paesi sperduti fra le montagne e si portano dietro tradizioni e leggi medioevali». È vero che una donna del nord perseguitata dal marito orco ha vissuto un mese nella foresta con i figli mangiando terra, radici e scarafaggi? «Verissimo. E sa qual è stata la grande concessione del giudice? Il divorzio».
Tirana dei negozi al Block, quartiere di moda, è una nuvola di vetrine: stivali di porporina, pizzi, jeans e baretti fitti di giovani che fumano. Al parco però certi bambini sono gettati nudi sull’erba. Come stracci si vendono ai farabutti stranieri. Insieme a loro batte un ragazzo rom. Mai visto un travestito più drammatico: fondotinta sbavato sulla barba lunga e la parrucca di stoppa delle bambole. Piange. Non ha casa né altro: «Siamo la feccia di questa terra: picchiati, derisi, ammazzati. A uno come me hanno staccato la testa di netto. Aveva solo 16 anni. Ci aiuti: farei qualunque lavoro. Ho fame».
Violenza e fame si incontrano anche nei quartieri spazzatura di Tirana. Al Kinostudio, vecchia Cinecittà del comunismo, in un palazzo fogna che si arrampica per cinque piani incontro Syana. Questa madre di famiglia sta per diventare cieca. È nel panico: «Se perdo gli occhi, chi penserà alla casa? Chi ai figli?». Non è l’unica disperata.
Nell’accampamento rom raccontano che un piccolino è stato divorato dai topi come
un pezzo di formaggio vecchio. Dentro la baracca di latta quattro bambine rom coi capelli a nido di rondine ci accolgono festanti. I bambini guardano alla vita. Non così il padre, tossicodipendente: racconta che nell’incendio della sua baracca la quinta figlia è morta bruciata, carbonizzata. Ma è una menzogna.
I bambini rom, quasi mai iscritti all’anagrafe, sono ombre pronte per essere vendute senza lasciare traccia. Per questo i volontari di Save the children e quelli delle associazioni partner con sede a Tirana lavorano perché i figli dei poveri siano iscritti all’anagrafe come tutti gli altri bambini. Ma anche portati a scuola, curati e nutriti. «È l’unico modo per aprire la porta della vita a questi piccoli sfortunati» dice Klara Dajsi, una delle volontarie. «La scuola fa di questi bambini esseri liberi: dal dolore e dalla miseria».

Ci sono donne che per vivere libere in Albania hanno dovuto rinunciare a se stesse. Vendere il loro destino. Diventare uomo, diventare «burnesh», cioè vergine giurata. Lo vuole una tradizione incantata delle montagne fra il Kosovo e l’Albania che chiede a certe donne castità infinita per conquistarsi l’onore di essere maschio. Di vestirsi, di armarsi, di combattere, ma anche di fumare e di bere alcol, lussi proibiti alle donne.
Come Qamile Stema, quasi 90 anni. Per arrivare da lei nel villaggio di sei case di Barcalesh, dopo la città di montagna di Kruya, bisogna camminare sulla mulattiera a picco sulle rocce bianche. Sulle cime dei monti azzurri volano le aquile: è come assistere al primo giorno della creazione. Si arriva al villaggio di notte e purtroppo Qamile è malata. Ma un vero uomo non conosce la febbre. Così quel folletto con il cappellino bianco e l’orologio nel taschino offre quel poco che ha. Sulla sua faccia le rughe disegnano una vita dove la fusione dei sessi è perfetta e inquietante. Forse nemmeno lei sa più chi è. «Mia madre ha avuto nove figlie. Io ero l’ultima e volevo rimanere a casa con lei» racconta sorseggiando rakja, la grappa locale. «Ma una donna non sposata era la vergogna. Così una mattina ho giurato verginità e mi sono trasformata in un uomo. Come un vero guerriero ho fumato, ho imparato a usare le armi, ho fatto paura agli ingiusti. Non ho mai ucciso, però, questo no».

Qamile Stema, 89 anni, una delle vergini giurate,le «donne-uomo»,
che con la castità perenne conquistano il diritto di comportarsi come i maschi.

Donne prigioniere della tradizione, figlia delle viscere di questa terra e donne libere di prendersi il successo. L’Albania è un paese dalle mille facce. Nello studio televisivo di Top Chanel, Rudina Xhunga, giovane stella del giornalismo televisivo albanese, ospita in questa sua puntata di Shqip Arlinda Hovi Dudaj, famosa e bellissima editrice, e Dalina Buzi, padrona e direttore (così si fa in Albania) di Anabel, il mensile femminile più venduto. Incredibile! Se non fossimo a Tirana, sembrerebbe di essere dentro uno studio a Roma o a Milano. Tema: i nuovi talenti dell’editoria italiana, Paolo Giordano e Fabio Volo. Insieme alla fame di nuova scrittura, si parla di Roberto Saviano e di Daria Bignardi, della Mondadori e della Bompiani. La trasmissione è interessante, colta e attraente. Giornalismo eccellente che scopre per l’Italia un’amorosa e struggente conoscenza.
«L’Italia è il nostro specchio, il desiderio e il modello» dice Rudina. «È una vicinanza che sentiamo profondamente senza molta corrispondenza da parte vostra». La giornalista sa quello che dice: «La crisi dell’Albania non è solo povertà, è crisi d’identità, è dolore dell’esistenza, è l’impotenza davanti a orrori ignobili».
Le donne salveranno l’Albania? «Le donne sono l’Albania» risponde. «Ma le nostre donne politiche fanno ancora i ventriloqui dei maschi di potere. Quando parleranno come farebbero con i loro figli o con gli amanti, l’Albania avrà vinto la sua scommessa. Vuole sapere di donne? Vada dal sindaco di Tirana. Lui che è un vero uomo ha voluto la sua municipalità solo al femminile». Attraverso piazza Skanderbeg, dribblo il Teatro dell’Opera ed ecco il municipio. Il pittore Edi Rama, oggi sindaco, quasi 2 metri di bell’uomo, ha voluto la sua Tirana colorata come una città sudamericana. Per questo ha fatto dipingere di rosso e arancione i palazzi troppo mesti della capitale. Per questo ha disegnato un viale alberato su un’intera fila di case orfane di verde. Il suo ufficio è quello dell’uomo che non ha paura di restare bambino: pennarelli colorati dovunque, icone pregiate, ma anche fotografie di cuccioli. 


Tirana disegnata su pareti e colonne. «Non so quante donne lavorano con me, ho perso il conto. Le donne sono esseri del fare e non del dire. Quando una delle nostre diventerà primo ministro, ce l’avremo fatta».

Stella Pende

martedì 9 maggio 2017

Lettera di un uomo


Mi chiamo Edoardo, ho 32 anni e faccio il benzinaio
Mia madre Enza era professoressa di fisica e mio padre Ugo un avvocato con un hobby speciale che ci stroncato la vita. Giocava. Poker, Gin Ramin e poi scommesse sui cavalli, sui pugili e sui topi. Una malattia terminale. Mia madre ha venduto le spille della nonna e pagato strozzini killer. Invano. 
Quando avevo 13 anni Ugo ha perso il lavoro perché  affondato in una cattiva depressione. Mia madre lavorava come una schiava facendo ripetizioni fino all’alba. Unica consolazione: i miei successi a scuola. Così, mentre Ugo passava da un elettrochoc all’altro, arrivo alla fine del liceo con un sogno. Avrei fatto l’avvocato. La mia rabbia era diventata fame di giustizia. Per tutti i giusti, spesso troppo umiliati da un Italia che premia il mascalzone furbo, come scriveva Marco. 
Finito il liceo per pagarmi l’Università ho fatto il commesso e pure lo sputa fuoco ai semafori. Ma la laurea è stata una festa. Ugo pareva un padre normale. Mia madre piangeva felice. Gli amici stappavano il Ferrari. Il dopo, però, è stato tutto un rotolare nel dolore e nel fango. Un cancro al pancreas mi ha portato via la mamma in 3 mesi. Ugo senza di lei ha perso 22 chili. Io ho perso il bene più grande. Intanto cercavo lavoro. Annunci, Internet, curriculum a studi legali che, non essendo il cugino di Tronchetti Provera, mi rimbalzavano. Finalmente un avvocato di Novara mi accoglie. “Non ti posso pagare troppo, ma cerca di capire l’andazzo per sei mesi  e poi vediamo”
Ho capito molto bene l’andazzo della fotocopiatrice e mi sono piegato a qualunque bassezza per settecento euro al mese. Ma non partecipando a riunioni né a cause non potevo brillare. 
Fatalmente: mi dispiace. Non ce la faccio ad assumerti. Grazie per la disponibilità.
Insomma, come fanno con molti precari, mi avevano usato come fattorino e poi un calcio nel deretano. Quello è stato il primo pugno della vita. 
Ne sono seguiti troppi. A 28 anni ero pieno di lividi nell’anima. Di no si muore, ha ragione Marco. La verità è che se vuoi lavorare devi essere bravo, ma anche raccomandato. E poi a me è mancato quel pizzico di culo che non guasta. Ugo stava male. In Italia ti aiutano se hai il cancro terminale. Se hai una malattia da ricchi, come la depressione, e sei pure povero, muori da solo. Tornavo di sera e lo trovavo con la bava alla bocca. Allora fingevo malattie che mi costavano regolarmente l’allontanamento dai lavoretti trovati. Inutile raccogliere ogni dettaglio della mia Odissea. Forse è vero: a 25 anni punti al massimo e ogni giorno ti ritrovi a patteggiare col minimo. 
In principio ti intestardisci: non accetti briciole dalla vita. Non permetti che la tua giovinezza venga umiliata. Poi cominci a raccontartela su’. Ti dici: finché c’è Ugo accetto di fare il tassista a cottimo poi diventerò Perry Mason. Per ora meglio fare il commesso dal ferramenta perché  vai a casa a mangiare. Capita perfino che tu faccia il benzinaio a ore per andare da lui con i guanti per nascondere le mani accartocciate dal gelo. 

La fine di Marco è lo specchio, banale ma lo è, della disfatta di tanti giovani non più giovanissimi come noi. Perché non ci sono solo sette anni tra i 25 e i 32 di un ragazzo. Ma venti. A 25, quando finisci l’Università sei una giovane pianta che aspetta di fiorire. A 32 anni, dopo decine di sconfitte, ti fanno sentire un tronco secco. La colpa di chi è? Di un paese che non offre futuro ai ragazzi, di una società, come scrive quel nostro fratello , che ti ruba la felicità? Anche. Per questo non ho dormito davanti a quella lettera.  Ma alla fine mi sono detto: perché non ho incontrato Marco? Perché non ho potuto parlargli, abbracciarlo, dividere umiliazioni e sogni spezzati? Ma soprattutto ho rimpianto di non avergli raccontato la mia lotta quotidiana per non cancellare il futuro. Perché uno come lui, che scriveva come Pasolini, che soffriva come le anime grandi, doveva incontrare, prima o poi la giustizia. Nessuno ci può costringere a sopravvivere. Ma noi dobbiamo pretendere di vivere. Perché è il nostro diritto. Perché a 30 anni si ha il diritto a un miracolo. E adesso che Marco se n’è andato per noi, non ci consoliamo nelle dichiarazioni dei presidenti di regioni e di sindacati. 

Non ci arrendiamo. Gli italiani non sono solo maneggioni. 
Un’Italia diversa è possibile? Io non smetto di crederci. 
E domani, con i guanti, andrò al mio trentaduesimo colloquio nello studio dell’avvocato X senza guardare indietro a quel ragazzo infelice che non voglio essere.