lunedì 27 maggio 2019

Le prigioni del Sahel, di Padre Armanino

missionario con bambino africano
Come d’abitudine, ho dato il mio voto al coraggio di Emma Bonino. 

Emma, non lo so ancora, deve raggiungere il 4%…ma anche se non ce la farà resta una delle politiche e delle donne più straordinarie. Tutto il mondo ce la invidia.

Per ricordare lei e una delle battaglie che i radicali  non hanno mai abbandonato, la sorte e la civiltà delle carceri, vi propongo questo articolo di Mauro Armanino. Grande missionario in Niger. Grande giornalista.


Stella Pende




Le prigioni del Sahel

Per visitare i detenuti di Marassi a Genova i cancelli telecomandati da varcare erano sette. A Kollo, prigione a una trentina di kilometri da Niamey, le porte da passare sono appena tre. Una recinzione metallica, abbellita da un’artistica porta di ferro appena pitturata, annuncia il primo controllo dell’identità del visitatore.  Segue poi un cortile di sabbia che conduce all’ingresso della prigione. Il secondo controllo è più accurato da quando, tra i detenuti, ci sono centinaia di sospetti militanti o simpatizzanti di Boko Haram da anni in attesa di giudizio. E più ancora da quando la prigione di massima sicurezza di Koutoukalé è stata attaccata da presunti salafisti che volevano liberare alcuni compagni ivi detenuti. Si raggiungono e  passano, infine, le due ultime porte che permettono l’accesso al piccolo cortile interno di forma rettangolare. In alto, per la ronda delle guardie, appare un muretto e uno scampolo di filo spinato arrotolato, sul quale si posa il cielo.  
Ma qui e nello spazio del Sahel le peggiori prigioni sono altre. Per esempio quella della violenza disarmata di cui l’ingiustizia costituisce la fonte di approvvigionamento principale. Proprio l’ingiustizia, trasformata in fenomeno naturale o culturale, è alla radice dell’esclusione sociale della maggior parte dei cittadini del Paese. Chi non ha (denaro, beni e dunque potere) non è nessuno e la sparizione forzata di persone nel Sahel rende visibile quanto la società stava già producendo. La presa in ostaggio dell’educazione statale come luogo di trasmissione creativa e critica del sapere in funzione del bene comune data ormai da alcuni lustri. Il sistema sanitario esprime la stessa radicale selettività: solo chi ha soldi in quantità sufficiente può sperare di essere accolto, visitato e accudito. Ma è il rapimento del futuro alle nuove generazioni a costituire il peggiore reato di cui dovranno rendere conto gli amministratori della politica. Un crimine reso finora impunito. 
Invece è la violenza armata quanto, non da oggi, diventa la più visibile, assumendo abusivamente il monopolio della violenza. Quest’ultima costituisce una prigione reale per migliaia di persone. Prima di tutto per quanti continuano a perpetrare atti di morte e di terrore. Prigionieri incatenati ad una logica basata sul tradimento del fattore umano che accomuna gli abitanti di questo strano pianeta chiamato terra, casa comune per tante generazioni. E poi la prigione delle vittime, costrette a fuggire per salvarsi o occupati a seppellire i morti. Centinaia di migliaia, milioni di esserei umani costretti ad abbandonare le case, i campi e la speranza di una vita differente. Una prigione mentale e ideologica che vede nelle armi sempre più sofisticate e  soldati sempre meglio equipaggiati e preparati la chiave della vittoria finale. La prigione del pan-militarismo del Sahel è una trappola a forma di carcere nella quale siamo da tempo caduti. 
La prigione della paura è quella che, tra tutte, appare come la più subdola e pericolosa. Si è andata formando col tempo e le traversie post e neo coloniali. Una sorta di contagio che ha infettato gli intellettuali, i militanti più agguerriti, i partiti di opposizione, i sindacati e buona parte della società civile. Si è andata affermando l’autocensura del pensiero, della parola e infine dell’azione. Pochi i mezzi di comunicazione che sono passati indenni da questa triste malattia che ha espunto la verità dal proprio bagaglio di viaggio. Le complicità autoctone si sono viste confermate da strategie esteriori che sotto la minaccia economica e finanziaria hanno debellato ogni velleità di autonomia politica. Financo la religione, manipolata ad uso e abuso del potere, si è lasciata imbavagliare. Per codardia e interesse, ha venduto l’assoluto del messagio della misericordia divina che umanizza, per la stabile tranquillità di chi è al potere.  
Nel carcere di Kollo un detenuto oggi era contento perchè, dopo 15 anni, ha per la prima volta ricevuto la visita di un cugino.

Mauro Armanino, Niamey, maggio 2019 





giovedì 9 maggio 2019

Erdogan non può perdere

Primo piano Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia


Aveva vinto chiaramente Ekkem Imamomughu. 
Si, il leader del partito di opposizione turca, aveva qualche mese fa raccolto il massimo dei voti nelle elezioni amministrative. 
Ma il grande Erdogan ha deciso che in quelle votazioni ci sono stati dei brogli e degli imbrogli. 
Dunque il 23 Giugno la Turchia vota ancora per il nuovo sindaco di Istambul. Che vergogna!

Questo dittatore, feroce, diciamolo, imprigiona centinaia di oppositori, migliaia di giornalisti, scrittori e avvocati che hanno osato difenderli, stanno affogati nelle sue galere. Non solo ma si permette anche di spazzar via il diritto più sacro dei suoi cittadini: quello di decidere chi sarà a guidare questa città piena di ferite, di campi profughi e di avanzi di brandelli di siriani che arrivano da 5 anni di guerra e di dolore. 

Erdogan non può perdere. 
E noi Italia, noi Europa, ci nascondiamo in un bieco silenzio. 



Stella Pende

giovedì 25 aprile 2019

La morte non si giustifica con la morte

Come pensavo dal principio c'è l’ombra di Daesh sulla strage orribile e immensa dello Sri Lanka. 
Un Daesh che ha visto stroncate le sue file e le sue truppe prima in Iraq e in Siria nei luoghi dove aveva fatto il suo nido di morte e di buio. 
Un Daesh che vuole dimostrare al mondo che i tentacoli della sua fame di vendetta e che ritornerà a vivere e ad affiorare in Europa, come in qualunque angolo della terra, come un alien misterioso e assassino. 

Lo Sri Lanka è un paese del mio cuore. 
Ci sono stata a godere delle sue acque di vetro quando ero ancora una bambina e la sua terra praticamente sconosciuta. 
Sono arrivata per prima quando il mare ha ingoiato foreste e uomini e bambini durante lo tsunami. 
Ho visto la sua feroce guerra civile. 
Ma ultimamente quella terra era rifiorita nella sua bellezza di fiori, di mari e di animali. 
i turisti e i curiosi della felicità erano tornati. 

Oggi questo attentato mette di nuovo il paese in ginocchio. 
Oggi i cristiani, proprio loro che nel paese sono una piccola minoranza, sono spaventati di vivere. Straziati di morire. Per questo mi fa piacere dividere con voi quest’editoriale dell'Avvenire. Da tanto tempo ormai il mio quotidiano del mattino. 
E leggendolo si capirà, non buonisticamente, né fatalmente, che non è con la rabbia che si combatte la rabbia. Che non è con la violenza che si fa tacere la violenza. Ma è cercando di capire da dove arriva il male e perché, cercando, certo, di prevenire, di punire i colpevoli...

Ma non continuiamo ad accusare religioni, come la musulmana, che hanno nella loro gran parte un'anima buona. Non è col razzismo religioso stupido e ignorante che si ferma il cuore cattivo delle bombe suicide. 
No! 
Non è cosi.




Stella Pende


Editoriale Avvenire 24 Aprile 2019 Sri Lanka
donne piangono in Sri Lanka



martedì 2 aprile 2019

Utero in affitto, madri a tutti i costi


Madri a tutti i costi,

madri giovani o adulte, quasi vinte dalla loro sofferenza. Madri che non riescono ad avere figli ma non si arrendono. Questa sera noi di Confessione Reporter vi riproponiamo un tuffo nel mondo del così detto "utero in affitto", un viaggio dall'Ucraina all'Italia fino all'America, in cui genitori disperati si affidano a donne che fanno crescere dentro di loro una piccola vita.

La maternità per altri, da noi illegale, sta spesso creando polemiche e dibattiti. Giusto o sbagliato? Sfruttamento delle "mammine" che concepiscono o semplice modo per loro di arricchirsi come fosse un lavoro? 
È una realtà che viene criminalizzata da molti, la cui illegalità è stata ribadita con gran vigore dal ministro delle politiche per la famiglia Lorenzo Fontana.
Un tema di grande attualità su cui tutti siamo chiamati a riflettere. 
Non perdete il nostro reportage. 


Stella Pende

martedì 26 marzo 2019

Libia, carcere assassino di figli come i nostri



Ed eccoci alla puntata che racconta il mio viaggio in Niger.

Viaggio di pochi mesi fa, ma purtroppo sempre e comunque attuale.
In Niger siamo stati i primi ad incontrare ragazzi, ragazze, praticamente bambini, che arrivavano dalle carceri assassine della Libia. Molti dopo di noi hanno raccontato le loro torture e gli orrori.
Ma pochi hanno trovato voci che testimoniano così terribilmente le sofferenze che questi giovani che affrontano viaggi di anni per conquistarsi negli altri mondi (Italia, Germania, Francia) un pezzo di vita COME TUTTI GLI ALTRI RAGAZZI DELLA TERRA BUONA, come dicono loro...

Questi adolescenti arrivano in Niger dove li accolgono i meravigliosi amici dell’UNHCR che li curano, li assistono con psicologi e medici e poi li mandano finalmente nelle città d’Europa dove troveranno familiari e amici.

Ma i segni e i tatuaggi di dolore che questi ragazzi hanno sulla pelle e nell’anima non andranno mai via.

Alcuni di loro, li ho visti con i mie occhi, non hanno più la lingua (gliela tagliano perché non possano raccontare i patimenti e le torture subite, feriti, la pelle fitta di bruciature e di cicatrici).

“I nostri occhi non vedono più, aiutateci” mia ha detto Tunda, 17 anni.  Le ragazze infatti sono tenute mesi e mesi al buio perché chi entra nelle loro carceri per stuprarle non deve essere riconosciuti. I bambini che sono con loro vedono e assistono alle violenze snaturate della madre. Ma c’è qualcosa che tiene vivi questi figli coraggiosi: la speranza che i loro racconti, le loro storie dolorose, i loro appelli possano servire agli amici, ai fratelli, alle sorelle che sono rimasti prigionieri dei boia libici.
È la ragione che ci ha spinto a girare, anche in condizioni di pericolo e di disagio, questo reportage. Accendere una luce sulle povere urla di aiuto che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo. Guardateci stasera e, con noi, non potrete dimenticare.



Stella Pende

lunedì 25 marzo 2019

Giustizia per Jako, il cane bruciato vivo

Cane bruciato vivo
Jako era un cucciolo di husky che è stato legato e bruciato vivo. Firmiamo la petizione per chiedere alle forze dell’ordine di trovare al più presto il colpevole e di inasprire le pene per chi maltratta o uccide gli animali. https://www.change.org/p/mvbrambilla-giustizia-per-il-cane-jako

martedì 19 marzo 2019

Ritorna Confessione Reporter, le repliche


E ritorna Confessione Reporter…..saranno delle repliche arricchite e corrette nell’attualità ma storie e voci non smetteranno di illuminarvi su realtà assolutamente nascoste e scioccanti. 

Cominciamo stasera con i figli dei preti
Eh si, i preti figliano. 
Molti di loro, purtroppo, non hanno il coraggio di lasciare l’abito telare e la la loro vita di sempre e si vedono costretti a sacrificare bambini e ragazzi che crescono orfani di padre. 
Le storie che vedrete vi apriranno la verità sulle vite di questi figli. 
Nel dolore ma anche nella voglia mai spenta di cercare rapporti col padre…altri religiosi invece hanno trovato la forza di abbandonare il sacerdozio per metter su famiglia. 
Il premio è una grande felicità. 
Senza mai dimenticare Dio.



Stella Pende