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giovedì 9 settembre 2021

Bangladesh, la lettera dalla mia amica missionaria

La storia di un ragazzo bangladese raccontata nella lettera di una suora missionaria

Questa una lettera che mi arriva dalla mia amica Suor Roberta. Vero eroe del bene. 
Scrive dal Bangladesh dove dirige come medico-chirurgo un ospedale che cura in particolare lebbra e tubercolosi. Le sue parole, credo, valgono più di ogni commento, articolo, talk show,pensieri e vaghe opinioni in merito.

Grazie Roby


Shumi è quella donna di cui avevo parlato qualche mese fa che era stata picchiata dal marito alla presenza dei due figli: Rizaul di 12 anni e il cucciolo Sirazul di 5 anni, un cucciolo bellissimo con un cromosoma in più, il 21 e che lo rende davvero particolare e simpaticissimo.
Avevo mandato a suo tempo i miei collaboratori a vedere la situazione in casa e mi hanno riferito che il marito ha tre mogli e quindi non ha i soldi per dare da mangiare a tutti, ma anche Shumi è al terzo matrimonio.
La loro condizione è davvero miserabile e anche questi cuccioli sono aiutati da amici ma... che cosa prova un ragazzino di 12 anni che vede e sente sempre i genitori che non si amano?
La scorsa settimana Shumi è venuta a dirmi che Rizaul era scomparso da casa da 5 giorni e che non sapeva che cosa fare. Le ho chiesto che cosa avesse fatto il marito e lei mi ha detto che non aveva fatto nulla e che dovevo andare io alla Polizia.
 lo???
Straniera e suora, la condizione peggiore per andare alla Polizia, mi avrebbero chiesto un sacco di soldi. Così ancora una volta il mio collaboratore è andato e ha parlato con il responsabile del quartiere. Qui ci sono i commissioner che sono appunto i capi del quartiere che hanno la responsabilità di mettere a posto tutte le faccende strane che sorgono all'interno delle famiglie.
E così il commissioner gli ha detto di non preoccuparsi che il ragazzo sarebbe tornato a casa, non è né la prima né l’ultima volta che succede. Dicendo anche che da due genitori così noi ci si può certo aspettare che i figli vengano su bene!
Che male quelle parole ma anche vedere che nei genitori non c'era il minimo segno di interessamento e di sofferenza per questa sparizione.
lo ero preoccupata, ha cominciato a frequentare i bambini della stazione e non è un bel giro, ma noi non ci possiamo andare a vedere, sono una straniera, non ci posso andare in certi posti.
Alla sera del settimo giorno Rizaul è stato trovato proprio dalla mamma, alle 11 di sera in stazione e hanno avvisato il mio collaboratore.
La mattina dopo ho voluto vedere subito il cucciolo, me lo ha portato qui e mi ha detto che era stato a Dhaka in treno, prima ha detto da solo, poi invece con un amico, che non ho chiesto chi fosse. Mi ha detto che lui è piccolo quindi in treno è andato senza pagare e che poi ha deciso di tornare.  Non vuole stare in casa sua, in quella famiglia, è stanco di sentire i suoi genitori urlare e discutere.
Appena è arrivato mi è corso incontro e mi ha abbracciata, io non sono riuscita a dirgli niente se non baciarlo ma poi ho cercato di fargli capire la gravità della cosa. Gli ho chiesto se era contento di andare in un’altra casa dove poter studiare e stare con altri bambini (stavo già pensando alla casa famiglia di Rudy) e lui si è illuminato e ha detto sì, eravamo soli io e lui, la mamma era con il cucciolo più piccolo. Gli ho chiesto cosa avessero detto i genitori al suo ritorno e se lo avessero sgridato o picchiato, mi ha detto che papà lo ho sgridato, la mamma non ha detto nulla e il fratellino lo ha abbracciato e baciato!!
Per fortuna ci sono i bambini...
Così gli ho detto che avremmo dovuto parlarne coi genitori e lui mi ha detto di parlarne con la mamma perché tanto al papà non interessa di sicuro.
La mamma ha detto di sì e anche lei ha ribadito che al papà non interessa nulla, ma io devo chiedere anche a lui.
Così, dopo aver parlato con Rudy che mi ha dato la sua disponibilità ho convocato il padre che davvero ha dimostrato tutto il suo disinteresse dicendo che avrei potuto portarlo anche lontano e in Italia, che lui non avrebbe avuto obiezioni.
Il silenzio è sempre la risposta migliore in alcuni casi, da una parte il desiderio di dare una martellata sulla testa a quel padre e dall'altra la consapevolezza che non ce la fanno a prendersi cura dei cuccioli.
E così ancora una volta due forze si uniscono per dare nuova vita: mercoledì io e Rudy siamo stati a casa loro e la prossima settimana Rizaul andrà alla casa famiglia e inizierà il suo cammino insieme ai ragazzi. Speriamo vada tutto bene e si riesca a fare un cammino di crescita insieme agli altri anche per lui.
Non ho molto da commentare rispetto ai racconti fatti, ringrazio sempre il Signore che mi permette di essere d'aiuto per questa gente, essere loro vicina mi permette di curare non solo le ferite del corpo ma anche quelle dell'anima che sono quelle più nascoste ma che forse e spesso si risolvono con una carezza e un sorriso.
Nonostante la fatica dell’indossare la mascherina, la situazione attuale che vivo è quella di poter avere un contatto più profondo con la gente attraverso lo sguardo che diventa più profondo, più vero, gli occhi dicono molto più di quello che a parole a volte si riesce a percepire, e in questo momento mi piace questa profondità e intesa di sguardi, soprattutto con le donne.
Non so definire la reale situazione legata al covid, i numeri, i contagi, i morti, sono tutti sempre un po' approssimativi, so solo che la strada è lunga, ed è difficile far capire che si deve portare la mascherina, troppa gente ancora per strada non la porta, troppa gente ancora non tiene le distanze. 
Per me andare a messa la domenica mattina è una sofferenza grande, ancora gente ammassata e ancora qualcuno senza mascherina. Quando impareranno?
Non mi resta che cercare di non prendermela troppo e continuare a credere che c'è un angelo speciale che protegge questa gente che ha già tanto da soffrire.
Abbiamo avuto un aumento dei cassi di Tubercolosi e Lebbra in questo mese segno che il nostro servizio è ancora prezioso.
Ti chiedo come sempre di accompagnarmi con la tua preghiera così come io ti assicuro la mia!
Un abbraccio
Roby



martedì 12 maggio 2020

Il Covid non ci ha insegnato niente

Silvia Romano abbraccia il padre al rientro in Italia
Silvia Romano abbraccia il padre al rientro in Italia - crediti immagine Il Post




Sgomento. 
Una ragazza sequestrata e ostaggio di pericolosi terroristi, una giovanetta affondata dentro tuguri e grotte africane per più di un anno e mezzo...

Si, proprio Silvia Romano, due giorni fa, per miracolo, torna  libera. Atterra a Ciampino e  inaspettatamente , scende dall’aereo sorridente (avrebbe dovuto forse tatuarsi in viso lividi e sangue?) ma, attenzione, è avvolta da un abito tradizionale somalo, Oddio sì, da veli musulmani. Va verso il gruppo che l’attende, arrivata non dedica troppa attenzione al Presidente del consiglio ne al ministro degli esteri (ma col Covid gli abbracci non sono un reato?). C’è un dettaglio, a pochi metri dagli uomini della politica ci sono sua madre e sua sorella. C’è suo padre. Una famiglia amata e straziata, che non vede da più di un anno e mezzo. Una famiglia che, eroica, ha saputo mantenere un doloroso silenzio, che ha aspettato per proteggere la vita della loro figlia. Silvia abbraccia la sua mamma per un tempo che sembra infinito, come i giorni senza speranza che ha passato al buio in Somalia, poi stringe sua sorella. Suo padre si inchina davanti a lei, per darle l’onore delle armi. Per dirle che è stata coraggiosa e intelligente e forte. È circondata da fotografi e cameramen: un palcoscenico dovuto al successo del governo italiano. Per questo si lascia fotografare con gli uomini delle istituzioni, sorride, non lacrima, non vuole vetrine per la sua tragedia. 

Adesso è libera. 
Starà finalmente con i suoi amati, mangerà una pizza, confesserà a sua madre  la sua verità,  le paure e il pianto. Bene i media più nobili, il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e altri raccontano la sua storia e sottolineano, giustamente, il cambiamento  della ragazza. Parlano del mistero che avvolge la sua conversione... Ma quali sono le reazioni degli italiani brava gente e cuore di mamma? Quali sono i titoli di troppi giornali, e le fesserie ignoranti che riempiono Facebook e Instagram e Messenger? 
Eccole: ma non vedete che era felice? Ora è tutto spiegato: quella ragazzina incosciente che è andata a buttarsi nella foresta, perché ormai le ONG sono un gadget di moda fra i ragazzi, ha finito per innamorarsi dei suoi rapitori e chissà quante cose avrebbe da raccontare al proposito. Altrimenti perché si sarebbe convertita all’Islam? Proprio alla religione di quegli schifosi terroristi? Poi scusate, è evidente che è incinta, non avete visto come si toccava la pancia? Ma che cazzo abbiamo pagato noi italiani in piena crisi tanti milioni per una stronzetta di quella specie? E via dicendo...

Ma allora soffrire quello che abbiamo sofferto, accettare umiliati gli attacchi del mondo che ci condannava come untori, attraversare in silenzio la tragedia di perdere, senza la consolazione di una carezza, nonni e padri non è proprio servito a niente? Non ci ha insegnato questa discesa agli inferi per capire che una ragazzina di 25 anni, disperata e sola, che si è trovata improvvisamente preda di un gruppo di pericolosi jihadisti, può aver pensato che la salvezza era proprio nell’entrare dentro il loro mondo, convertendosi infine alla sua religione? 

Gli al Shabaab, sono terroristi molto più ideologici di Daesh. Con strategie di consenso schizofreniche: aiutano i poveri, proteggono gli ultimi e dunque molti nei villaggi affamati li difendono e ne hanno bisogno. Nello stesso tempo, come l’ultima volta, fanno esplodere bombe a Mogadiscio che ammazzano 80 cittadini innocenti, attaccano ferocemente la sede di UNHCR, oppure le basi americane degli aeroporti, come quello di Baledogle. E contemporaneamente, a quella base, fanno saltare in aria un mezzo di militari italiani. Insomma attaccano quasi sempre un Nemico eccellente dell’Islam, o un loro complice, cioè un “assassino” del popolo musulmano. Si spacciano, a loro modo, per dei giustizieri di Allah… ma, ribadisco, godono della complicità di gente umile. 

Forse Silvia, in questa sua infinita e terrificante Odissea, ha incontrato qualcuno che, pur carcerandola, ha avuto pietà di lei. Che l’ha accudita offrendole il Corano come lettura e come insegnamento. L’Islam vero, autentico, non smetterò mai di ricordarlo, non è terrorismo. Forse quest’uomo o questa donna, chissà, avevano figli della stessa età e ha cercato di consolare la sua paura. Mi pare già di leggere il disappunto di coloro che mi accuseranno di buonismo. C’è una differenza tra voi e me: io in Somalia ci sono stata più volte. Ho lavorato proprio a Mogadiscio sul terrorismo: ho toccato la tragedia di un popolo minato dalla paura, ho incontrato gli occhi delle vittime di attentati e quelli straziati dei loro familiari... Nessuno pretende di offrire e di aprire la porta della verità. Non sapremo mai la verità vera. Oppure ne scopriremo i brandelli nel prossimo libro di Silvia, figlio del suo diario. 
Se poi quella ragazza si sia legata a un somalo, se aspettasse un figlio, possibilità che mi pare lontana, chi può giudicarla? Quelli che vanno in Kenya a cercare sesso sottopagato dalle ragazze africane di 18 anni che non hanno scelta? Quelli di noi, parecchi, i cui figli, privilegiati, hanno trascorso la quarantena nelle loro case incorniciate dalle Dolomiti azzurre  o nelle campagne incantate della Toscana? O forse anche voi, padri e madri, che siete oggi in cassa integrazione, in preda alla disperazione di perdere la sicurezza della vita, voi che però avete fatto sacrifici eroici affinché i vostri ragazzi studiassero bene per avere un futuro... come possiamo noi, che abbiamo sventagliato il nostro orgoglio di essere italiani con il tricolore alla finestra, giudicare oggi, umiliare, infangare una ragazzina di 25 anni, sequestrata, spaventata, forse torturata riuscendo a dormire in queste notti? 

Stella Pende

sabato 30 novembre 2019

La Nigerina, Come decolonizzare l’inno nazionale

Bandiera Niger


Per ora non si parla della bandiera. Il tricolore, determinato dalla Costituzione del Niger, rimane quello dell’indipendenza. Si tratta di tre bande orizzontali, rettangolari, di uguali dimensioni che dall’alto in basso prevedono l’arancione, il bianco e il verde. La striscia bianca mediana accoglie nel suo seno un disco di colore arancione.
Il motto, per ora non messo in discussione, rimane quello fissato dalla Carta Costituzionale e si articola col consueto trittico post rivoluzione francese. La fraternità dimenticata, il lavoro confiscato e il progresso che la sabbia fa di tutto per sconcertare. 

Ci sono le feste fisse e quelle mobili che variano a seconda della luna trattandosi di argomenti religiosi. Nel migliore dei casi, queste ultime, sono annunciate da comunicati o, in modo più attuale, tramite messaggi sui telefonini, che contemplano pure le ore da consacrare alle preghiere rituali, per ora fuori Costituzione. Dall’indipendenza, riconosciuta nel 1960 come buona parte dei Paesi africani, tutti questi elementi non hanno subito variazioni ragguardevoli. 

La bandiera sventola negli edifici pubblici e nelle scuole. Alunni e studenti hanno l’obbligo morale di salutarla il mattino e assistere alla sua messa in custodia quando scende la sera. L’arancione e il bianco rappresentano i tipi di deserto che arredano il Paese e il verde ricorda le fertili zone lungo il fiume Niger o nelle oasi. Quanto al disco arancione nel mezzo del bianco rappresenta con tutta evidenza il sole che, assieme alla sabbia, danno continuità alla storia del Paese. 


L’inno invece sì. 

Scritto da un musicista francese l’anno seguente a quello dell’indipendenza, sarà cambiato per renderlo più in armonia con lo spirito della decolonizzazione. Maurice Thiriet, compositore di musica classica e di film et autore del testo,  è scomparso nel 1972. Non ha avuto l’onore di conoscere l’attuale compagine governativa composta da 41 ministri più i consiglieri e gli addetti alle missioni speciali. Non poteva sapere che sarebbe arrivata la spinta del Rinascimento Culturale Nigerino. 
Al nuovo aeroporto internazionale coi nuovi raccordi stradali fanno eco i nuovi alberghi a cinque stelle della capitale e un prossimo centro culturale dedicato al Mahatma Gandhi. I nuovi cavalcavia e università, assieme al terzo ponte sul fiume Niger, gli acquisti di nuovi armamenti e la ratificazione prossima di un accordo di difesa con la Turchia, non potevano evitare il progetto di modificare il testo dell’inno nazionale. Esso appare inadeguato e persino fuorviante nel contesto della lotta senza quartiere contro i gruppi armati terroristi che creano sconcerto e desolazione nel Paese e la regione. 

"Ci sono passaggi nell’inno che sono oggetto di critiche unanime. E’ necessario un inno che possa galvanizzare la popolazione, che si trasformi in una sorta di grido di guerra capace di toccare le nostre fibre patriottiche"
Così spiegava il ministro nigerino del Rinascimento culturale, Assoumana Malam Issa, nella televisione di Stato. 

Visto come vanno le cose in questo ambito, sembra difficile dargli torto. Per ora in agosto, in occasione della festa per l’anniversario dell’indipendenza, si piantano alberi invece di organizzare sfilate militari. Non è detto che questa scelta duri ancora nel prossimo futuro. Cambiare il testo dell’inno dovrebbe implicare un ritorno coerente con la dichiarazione di indipendenza. Il contrario invece accade. Mai come adesso il Paese si trova ostaggio di aiuti umanitari, eserciti stranieri, accordi di iniquo scambio, interessate presenze occidentali, asiatiche, americane del nord e del sud e, colmo della disdetta, la squadra nazionale di calcio che ha perso in casa 6 a 2 contro il Madagascar. 
Certo non si tratta di "essere fieri" e, come recita il testo attuale dell’inno, quando la libertà si è conquistata con lotte e non è stato un affare di riconoscenza al colono. Tutto vero a condizione che, come afferma l’articolo 12 della Costituzione della Settima Repubblica, "ognuno ha diritto alla vita, all’integrità fisica e morale, a una alimentazione sana e sufficiente, all’acqua potabile, all’educazione e all’istruzione nelle condizioni definite dalla legge". Cambiare le parole, come proporrà la commissione nominata per questo scopo, senza cambiare la ‘musica’ nella politica del Paese, non sarà nulla di più che un’arma di distrazione di massa.  



Mauro Armanino
Niamey, Novembre 2019

lunedì 28 ottobre 2019

Nel Sahel la chiamavano Trinità

primissimo piano di Padre Armando Armanino


Ascoltate un missionario che di immigrazione se ne intende. 
Padre Armanino vive in Niger da decine di anni e ci dice:
                                                
Questa formula è applicabile al Sahel ma non solo. La trinità in questione si è dapprima insinuata nei discorsi, poi nei rapporti ufficiali delle Agenzie Importanti del settore e infine in progetti finanziati nella messa in pratica del discorso. La lotta contro il terrorismo, il crimine organizzato e la migrazione irregolare formano, con malcelata strumentalizzazione, un trittico nel processo di falsificazione della realtà in atto da almeno un decennio. Terrorismo, crimine e migrazione irregolare costituiscono un'unica minaccia capace, a dire degli specialisti, di giustificare le misure di controllo adeguate e proporzionali al pericolo. Ed è così che si è andato costruendo un sofisticato sistema di dissuasione per migranti e rifugiati che, secondo quanto è loro rimproverato, osano cercare un futuro diverso altrove. Assimilati come sono dalle Grande Agenzie Internazionali a meri terroristi e criminali si trovano derubati in viaggio, respinti, detenuti e infine inviati nei campi di ‘rieducazione’. 
Questi centri sono chiamati, con un certo eufemismo, di libero rimpatrio dall’ineffabile e inesorabile OIM, l’Organizzazione per le Migrazioni Internazionali (Interrotte) che li crea e gestisce. Il discorso in questione è non solo diventato di patrimonio pubblico ma è presentato come un’ovvietà che solo ingenui militanti di frontiere mobili possono ancora sostenere. La prova è che tutti i finanziamenti dei progetti dell’Unione Europea nel Sahel implicano questa lettura da pensiero unico dominante. Ogni tentativo di presentare ai ‘benefattori’ un progetto a carattere umanitario che non implichi questa inscindibile trinità non solo sarà visto con sospetto ma non avrà la seppur minima possibilità di essere finanziato. 
Assieme alla trinità arrivano le sigle, incomprensibili ai più, che aiutano a realizzare quanto i locali non posso da soli realizzare. Quelli che si definiscono aiuti e operazioni di partenariato non sono in realtà che operazioni mirate di graduale ricolonizzazione di territori che un tempo si volevano indipendenti. Da FRONTEX, che significa le frontiere esteriori dell’Europa, ormai ben fissate, per quanto ci concerne, nei dintorni di Agadez, si passa co disinvoltura a EUCAP. Quest’ultima invenzione, che riprende un’impronunciabile frase in inglese, non significa altro che una missione di sviluppo delle capacità in Niger, gestita dal servizio di azione esterna dell’Unione Europea. Per entrambe le Agenzie in questione i fondi messi a loro disposizione sono aumentati e con loro anche l’operatività. Una di queste, che mira a sostenere il Niger nella lotta contro il terrorismo, il crimine organizzato e (naturalmente) la migrazione irregolare, si chiama nientemeno che CMCF.
La fantasia che non è più al potere per raccontare un mondo nuovo è stata invece confiscata dalle sigle delle Grandi Agenzie Internazionali che in questo modo creano una realtà parallela a quella reale.  La Compagnia Mobile di Controllo delle Frontiere (CMCF) che, come l’enunciato suddetto indica con chiarezza, si propone come strumento al servizio della mobilità selettiva (soldi, armi e interessi circolano mentre i poveri sono sedentarizzati). Il finanziamento arriva dalla Repubblica Federale di Germania e il Regno dell’Olanda. Questa è una delle 16 missioni che rilevano della Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC) che, senza alcun dubbio, contribuisce alla pace, alla stabilità e soprattutto alla sicurezza internazionale. Questo e altri miracoli scaturiscono dall’applicazione del dogma trinitario di cui sopra.  
Une delle telefonie mobili del paese ha ben capito l’antifona e, tramite un messaggio gratuito invita a…ricevere le informazioni sulla salute, l’oroscopo, l’attualità, lo sport, le astuzie, la religione e le farmacie di guardia…basta digitare il 512 nella compagnia MOOV. Ad ognuno le proprie sicurezze.

Mauro Armanino
Niamey, Ottobre 2019 



martedì 17 settembre 2019

Allerta rossa nel Sahel. A un anno dal rapimento di padre Gigi

Padre Gigi Maccalli con i bambini africani


A un anno dalla scomparsa di Padre Gigi Maccalli, il missionario rapito un anno fa a Bomoanga, a 125 chilometri dalla capitale del Niger Niamey, nessuno sembra parlarne più.

Voglio condividere con voi un'intervento di Padre Mauro Armanino, molto chiaro, diretto e commovente. 

In Argentina si parlava di ‘desaparecidos’, scomparsi senza lasciare traccia. Durante il mio soggiorno a Cordoba, uno degli epicentri della repressione militare, avevo avuto modo di conoscere alcuni famigliari degli scomparsi. C’era in loro il doloro sordo di un’assenza inspiegabile e del sospetto che il congiunto fosse ancora tenuto in ostaggio da qualche parte. Oggi, 17 settembre, è passato un anno esatto dal rapimento di padre Gigi Maccalli, compagno di viaggio nella nave di sabbia del Sahel. Lui, un lanciatore di allerta di quelli autentici. Lui che, con la sua comunità, ha complottato per rendere di nuovo ‘pericoloso’ il vangelo che ci ricorda che siamo umani. Perché in ultimo di questo si tratta nel Sahel come altrove nel mondo. Portato via una notte di settembre dopo le vacanze, dopo aver fatto scavare pozzi, accompagnato ammalati in città, aperto scuole, cliniche e un fragile centro di aiuto per bambini mal nutriti. Lui che parlava la lingua del suo popolo e che dal suo popolo era stato colonizzato. Aveva inaugurato con fierezza una cattedrale contadina che lui considerava con ingenua fierezza la prima ‘Basilica del Sahel’ fatta di sabbia e di sogni inesplorati. 
Le allerte accompagnano ormai la vita dell’Occidente e, senza darlo a vedere si sono propagate dappertutto. L’inutile allerta per le inondazioni che solo nel Niger ha causato la morte di circa 60 persone e ha creato miglia di sfollati. L’allerta per gli attacchi dei terroristi che ha portato al prolungamento dello stato di urgenza in tre regioni del Niger, la chiusura di scuole e l’arresto del servizio sanitario di base per migliaia di poveri. L’allerta indirizzata ai cittadini di origine europea tramite una cartina che colora di rosso il Paese intero con eccezione della capitale e di una striscia che si avventura verso la frontiera del Benin. Una zona tassativamente sconsigliata o vietata ai cittadini europei. C’era invece a Genova e provincia l’allerta gialla per possibili precipitazioni a carattere temporalesco. Sono, infine, sempre più diffusi i cartelli che allertano e invitano i cittadini a fare attenzione perché l’area in questione è sotto sorveglianza video. Si allerta per dare sicurezza a cittadini che sono stati preventivamente paralizzati da angoscianti notizie su possibili infrazioni all’ordine pubblico. Le società hanno fatto delle allerte un sistema di controllo globale.
Le allerte dovrebbero essere ben altre e padre Gigi ce lo ricorda. L’allerta della grande guerra contemporanea che è la fame, quella delle disuguaglianze abissali che rendono ancora più profondo il fossato tra il Nord e il Sud del mondo. Per l’apartheid globale che divora i poveri e li vende per un paio di aiuti che ne perpetuano l’esclusione. Per il tradimento che continua a perpetrarsi tra chi ha il diritto alla mobilità e chi, invece si trova nell’immobilità dei cimiteri di sassi e di mare. Sono infatti 25 la settimana i migranti in Africa a morire prima ancora di raggiungere la riva del mare dove li attente l’altro battesimo senza nomi da nomi. Padre Gigi è lui stesso, assente, presente, scomparso, prigioniero, ostaggio, perduto, libero, silenzioso e assordante, l’unica allerta che meriti questo nome. La sua vita invisibile è l’allerta che grida nel Sahel l’ingiustizia degli ostaggi della miseria che arma il vuoto creato dalla dignità confiscata ai poveri. La sua è l’allerta di chi ha tradotto il silenzio in grido per chi, come lui, è stato portato via dall’astrazione di una religione resa ideologia perdente di potere. Di questo dovremmo dare l’allerta. 
Da gennaio a luglio di quest’anno, secondo un rapporto dell’ONU, nella sola regione di Diffa nel Niger sono scomparse 179 persone e tra di esse 44 donne. Per alcuni è stato pagato il riscatto mentre altri sono scomparsi alla maniera di padre Gigi seppur di religione diversa. In realtà quei contadini, poveri e senza volto, diversamente da lui, erano già scomparsi dalle priorità delle politiche del Paese. Di loro e di questo mai nessuno ha dato l’allerta. ‘Liberate padre Gigi’, scrivono i suoi amici di Crema, Genova e Niamey la capitale nel Niger. Ora l’allerta sta tutta nelle nostre mani e solo possono declinarla gli insorti.
Ed è per allertare che, nella diocesi di Niamey,  quest’oggi non si celebrerà la messa da nessuna parte. 

                                                                                             Mauro Armanino, in treno, settembre 2019

martedì 3 settembre 2019

Rapimento e vergogna! Diteci la verità su Silvia

Silvia Romano guarda il tramonto africano

Inquietante! 

Dopo 9 mesi dal terribile sequestro di Silvia Romano, volontaria della Ong Africa Milele a Chakana, villaggio del Kenya, la corte riunita a Malindi nel processo del 30 agosto ha cambiato incredibilmente l’imputazione degli attori materiali del  rapimento. 

Colpo di scena! 
Da colpevoli di rapina a responsabili di crimine ai fini di terrorismo. 
Perché, i tre criminali, lontani dall’essere delinquenti comuni in cerca di denaro facile, come hanno predicato sempre le autorità keniote, hanno seguito invece alla lettera il piano molto studiato di Al Shabaab, i più feroci fra i terroristi africani. 

Silvia sarebbe insomma nelle loro mani come ostaggio in Somalia! Si, è questo l’ultimo sospetto e l’ultima notizia che esce da questo processo burletta dove, è evidente, il governo keniota si è voluto lavare le mani da un crimine che aveva infangato la loro terra.

Al proposito ecco qualche domanda:
Ma perché i kenioti hanno impedito ai nostri investigatori e ai carabinieri dei ross di indagare e di “cercare” Silvia subito dopo il rapimento? 
Inoltre come si spiega che i tre colpevoli, tra l’altro rei confessi, sono stati lasciati fino al 30 dello scorso mese in libertà vigilata?
Come potevano ladruncoli comuni pagare una cifra così alta per la cauzione? 
Ma poi, è una fonte molto autorevole che lo ricorda, non è forse vero che i nostri investigatori avevano sospettato da subito che quella poverina fosse stata trascinata in Somalia? 

Queste e altre domande si sono perse nel vento caldo della Dachota Forest, dove i signori kenioti hanno indagato, seguito, perlustrato con droni, loro dicono, con il risultato che mai silvia è stata riportata alla sua straziata famiglia e alla vita. 
Eppure importanti segni del suo passaggio sono stati trovati nell’area del campo profughi di Dadaab, fucina di terroristi. Nella boscaglia le sue treccine bionde, riconosciute dalla parrucchiera che gliele aveva applicate e anche il ciondolo dell’Africa che portava al collo…come se, povera Silvia, avesse voluto lasciare tracce di sé…. un Pollicino senza favola che non abbandonava le speranze di esser ritrovato. 

Una speranza, per favore, che deve diventare anche nostra. 
Una speranza che non deve più affondare nel silenzio e nelle infami polemiche sui volontari delle Ong che dovrebbero starsene, secondo la nostra Lega, a casa loro, invece di andare in giro per il mondo a fare guai! 
Vergogna! 

Silvia non è solo figlia di questo tempo pieno di giovani meravigliosi dediti alla cura degli altri. Potrebbe essere anche figlia di ognuno di noi. Anche figlia dei signori e delle signore della lega. non dimentichiamolo. non abbandoniamola.

martedì 11 giugno 2019

Assessorato ai Bambini, di Piero Abbruzzese

Piero Abbruzzese con bambini africani


Piero Abbruzzese è uomo e medico supremo. Come cardiochirurgo infantile ha operato centinaia di neonati inoperabili all’ospedale Regina Margherita di Torino dove era primario e oggi assiste, e cura altrettanti piccoli malati nel suo ospedale pediatrico in Somaliland. 

Un sogno da sempre rincorso e da 4 anni per lui avverato. 
Come leggerete Piero propone oggi un assessorato per i bambini. Chi più dell’Italia ne avrebbe bisogno? 
Leggete per favore il suo progetto e aiutatemi a diffonderlo.




Assessorato ai bambini
senza portafoglio (i soldi li procuriamo noi)

Un esperimento come l’Assessorato ai Bambini sarebbe un tentativo di evoluzione del nostro modo di pensare (e per me sarebbe lo sviluppo naturale di un percorso di vita umana e professionale).
È essenziale focalizzarsi sui bambini perché troppo spesso le loro esigenze e i loro potenziali vengono dimenticati nell’ambito del dibattito politico. 
A cosa servono la politica e l’amministrazione della cosa pubblica se non a garantire un presente e un futuro migliori a tutti e specialmente ai cittadini di domani?

L’Assessorato ai Bambini può dare una mano. 
Non farà niente di utopico ma concepirà misure concrete che devono trovare il giusto spazio nei programmi di governo. 
Ve ne posso citare alcune.
Ad esempio, sentiamo spesso dire che siamo un paese di vecchi; cosa si può fare concretamente per aiutare la crescita della natalità.
• Il calo della natalità in Italia ha cause diverse da quelle banali e discriminatorie di cui ogni tanto si sente parlare. Non c’è perché le donne lavorano o non vogliono avere figli. Li vorrebbero, ma le famiglie non possono sostenerne i costi e non hanno gli aiuti di cui avrebbero bisogno. 
Ecco alcune misure semplici ed efficaci che potrebbero incentivare la natalità:
- ridurre o togliere le tasse alle famiglie che hanno almeno tre figli;
- ridurre l’IVA al 4% per i prodotti essenziali per il neonato;
- invece di parlare di reddito di cittadinanza, aprire il dibattito sul reddito di natalità e ripensare il “bonus bebè “.
- affrontare la questione asili nido. Favoriamo lo sviluppo degli asili nido redistribuendo adeguatamente i fondi per la famiglia (Gabbanelli) per ridurre il costo medio della retta dell’asilo nido, offrendo incentivi alle aziende che si dotano di un asilo nido interno. Pensiamo alla possibilità di detrarre le spese per le baby-sitter. Occorre uno sportello regionale per aiutare le famiglie a detrarre quelle spese e, a livello nazionale, una semplificazione e razionalizzazione degli aiuti.
• Abbiamo parlato delle esigenze dei bambini e delle famiglie, ma come detto, dobbiamo concentrarci anche sul futuro dei bambini.
Dobbiamo anzitutto modificare le scuole e cercare di rendere coerente l’istruzione con gli sbocchi lavorativi esistenti a partire già dalla scuola secondaria.
Servono delle misure per incoraggiare il contatto tra studenti, professionisti e aziende.
- Pensiamo ad incentivare gli stage in modo da offrire degli strumenti concreti ai giovani per aiutarli a trovare la loro strada, valorizzando al contempo quelli che sono i campi in cui la nostra regione e il nostro paese possono eccellere. Pensiamo all’artigianato, al turismo all’arte, alla cucina, al design e a tutto il Made in Italy.
- creiamo programmi per una seria implementazione della conoscenza delle lingue.
- focalizziamoci sulla solidarietà, promuovendo tutte le iniziative solidali in Italia e all’estero e incentivando il servizio civile, cosicché il Piemonte possa essere un punto di riferimento in questo senso. 
La scarsa sensibilità verso i bambini si vede in Piemonte con l’atteggiamento della giunta regionale nei confronti dell’Ospedale Infantile Regina Margherita. Ridurre i posti letto e accorparlo ad un’Azienda unica di eccellenza sono procedimenti opposti a quelli che bisogna fare. Valorizzare il nostro ospedale di eccellenza dei bambini, essere orgogliosi del nostro Brand, delle associazioni e fondazioni che lo sostengono, pensare a un futuro col Regina Margherita leader della “bambinizzazione” (umanizzazione dei bambini) e dell’unione fra professionalità e accoglienza, pensare a un ospedale che richiami bimbi da tutta l’Italia e il mondo sono primi passi di una politica attenta ai bambini. 
Queste sono alcune delle misure da portare avanti creando una struttura trasversale che sia mediatrice in giunta e in consiglio regionale. Questo struttura, questo cantiere l’ho battezzato “L’assessorato ai bambini” perché sono convinto che questo termine riassuma il significato profondo delle istanze cui vogliamo dare voce e sia un’adeguata evoluzione dell’atteggiamento di tutti nei confronti dei bambini.

Piero Abbruzzese
 


domenica 2 giugno 2019

L'ebola come un incendio silenzioso

Funerale di una vittima dell'ebola in Africa
Da Internazionale - foto di John Wessels 

È un incendio. 

Parlo del virus dell’ebola che brucia nella Repubblica Democratica del Congo. 

Ong, associazioni, medici, persone preziose si adoperano giorno e notte per fermare l’epidemia... per paradosso dai centri sanitari. Soli. 

Dall'estate scorsa l’ebola ha provocato 1135 morti. L’organizzazione mondiale della sanità ha abbassato il dosaggio del vaccino per aiutare più persone. Invano! 
La strage continua e le vite si perdono nel vento della terra rossa africana. 

È preoccupante che medici siano ridotti a venir via per via del pericolo causato dal nascere di nuovi gruppi armati. Come dice l'Internazionale, bibbia delle notizie nel mondo, proviamo ad immaginare che i pompieri debbano smettere di spegnete il fuoco che divampa perché terribili attacchi improvvisi di jhiadisti motociclizzati vanno di villaggio in villaggio a sterminare povera gente indifesa e a rubare greggi di capre e pecore. 
Così il veleno dell’ebola corre indisturbato... tanto che il 40% dei malati muoino proprio fuori.

Ma chi parla dell’ebola in Italia?
Chi dedica una parola a questi poverini che muoiono nell’invisibilità e nel silenzio?



Stella Pende

lunedì 27 maggio 2019

Le prigioni del Sahel, di Padre Armanino

missionario con bambino africano
Come d’abitudine, ho dato il mio voto al coraggio di Emma Bonino. 

Emma, non lo so ancora, deve raggiungere il 4%…ma anche se non ce la farà resta una delle politiche e delle donne più straordinarie. Tutto il mondo ce la invidia.

Per ricordare lei e una delle battaglie che i radicali  non hanno mai abbandonato, la sorte e la civiltà delle carceri, vi propongo questo articolo di Mauro Armanino. Grande missionario in Niger. Grande giornalista.


Stella Pende




Le prigioni del Sahel

Per visitare i detenuti di Marassi a Genova i cancelli telecomandati da varcare erano sette. A Kollo, prigione a una trentina di kilometri da Niamey, le porte da passare sono appena tre. Una recinzione metallica, abbellita da un’artistica porta di ferro appena pitturata, annuncia il primo controllo dell’identità del visitatore.  Segue poi un cortile di sabbia che conduce all’ingresso della prigione. Il secondo controllo è più accurato da quando, tra i detenuti, ci sono centinaia di sospetti militanti o simpatizzanti di Boko Haram da anni in attesa di giudizio. E più ancora da quando la prigione di massima sicurezza di Koutoukalé è stata attaccata da presunti salafisti che volevano liberare alcuni compagni ivi detenuti. Si raggiungono e  passano, infine, le due ultime porte che permettono l’accesso al piccolo cortile interno di forma rettangolare. In alto, per la ronda delle guardie, appare un muretto e uno scampolo di filo spinato arrotolato, sul quale si posa il cielo.  
Ma qui e nello spazio del Sahel le peggiori prigioni sono altre. Per esempio quella della violenza disarmata di cui l’ingiustizia costituisce la fonte di approvvigionamento principale. Proprio l’ingiustizia, trasformata in fenomeno naturale o culturale, è alla radice dell’esclusione sociale della maggior parte dei cittadini del Paese. Chi non ha (denaro, beni e dunque potere) non è nessuno e la sparizione forzata di persone nel Sahel rende visibile quanto la società stava già producendo. La presa in ostaggio dell’educazione statale come luogo di trasmissione creativa e critica del sapere in funzione del bene comune data ormai da alcuni lustri. Il sistema sanitario esprime la stessa radicale selettività: solo chi ha soldi in quantità sufficiente può sperare di essere accolto, visitato e accudito. Ma è il rapimento del futuro alle nuove generazioni a costituire il peggiore reato di cui dovranno rendere conto gli amministratori della politica. Un crimine reso finora impunito. 
Invece è la violenza armata quanto, non da oggi, diventa la più visibile, assumendo abusivamente il monopolio della violenza. Quest’ultima costituisce una prigione reale per migliaia di persone. Prima di tutto per quanti continuano a perpetrare atti di morte e di terrore. Prigionieri incatenati ad una logica basata sul tradimento del fattore umano che accomuna gli abitanti di questo strano pianeta chiamato terra, casa comune per tante generazioni. E poi la prigione delle vittime, costrette a fuggire per salvarsi o occupati a seppellire i morti. Centinaia di migliaia, milioni di esserei umani costretti ad abbandonare le case, i campi e la speranza di una vita differente. Una prigione mentale e ideologica che vede nelle armi sempre più sofisticate e  soldati sempre meglio equipaggiati e preparati la chiave della vittoria finale. La prigione del pan-militarismo del Sahel è una trappola a forma di carcere nella quale siamo da tempo caduti. 
La prigione della paura è quella che, tra tutte, appare come la più subdola e pericolosa. Si è andata formando col tempo e le traversie post e neo coloniali. Una sorta di contagio che ha infettato gli intellettuali, i militanti più agguerriti, i partiti di opposizione, i sindacati e buona parte della società civile. Si è andata affermando l’autocensura del pensiero, della parola e infine dell’azione. Pochi i mezzi di comunicazione che sono passati indenni da questa triste malattia che ha espunto la verità dal proprio bagaglio di viaggio. Le complicità autoctone si sono viste confermate da strategie esteriori che sotto la minaccia economica e finanziaria hanno debellato ogni velleità di autonomia politica. Financo la religione, manipolata ad uso e abuso del potere, si è lasciata imbavagliare. Per codardia e interesse, ha venduto l’assoluto del messagio della misericordia divina che umanizza, per la stabile tranquillità di chi è al potere.  
Nel carcere di Kollo un detenuto oggi era contento perchè, dopo 15 anni, ha per la prima volta ricevuto la visita di un cugino.

Mauro Armanino, Niamey, maggio 2019 





martedì 26 marzo 2019

Libia, carcere assassino di figli come i nostri



Ed eccoci alla puntata che racconta il mio viaggio in Niger.

Viaggio di pochi mesi fa, ma purtroppo sempre e comunque attuale.
In Niger siamo stati i primi ad incontrare ragazzi, ragazze, praticamente bambini, che arrivavano dalle carceri assassine della Libia. Molti dopo di noi hanno raccontato le loro torture e gli orrori.
Ma pochi hanno trovato voci che testimoniano così terribilmente le sofferenze che questi giovani che affrontano viaggi di anni per conquistarsi negli altri mondi (Italia, Germania, Francia) un pezzo di vita COME TUTTI GLI ALTRI RAGAZZI DELLA TERRA BUONA, come dicono loro...

Questi adolescenti arrivano in Niger dove li accolgono i meravigliosi amici dell’UNHCR che li curano, li assistono con psicologi e medici e poi li mandano finalmente nelle città d’Europa dove troveranno familiari e amici.

Ma i segni e i tatuaggi di dolore che questi ragazzi hanno sulla pelle e nell’anima non andranno mai via.

Alcuni di loro, li ho visti con i mie occhi, non hanno più la lingua (gliela tagliano perché non possano raccontare i patimenti e le torture subite, feriti, la pelle fitta di bruciature e di cicatrici).

“I nostri occhi non vedono più, aiutateci” mia ha detto Tunda, 17 anni.  Le ragazze infatti sono tenute mesi e mesi al buio perché chi entra nelle loro carceri per stuprarle non deve essere riconosciuti. I bambini che sono con loro vedono e assistono alle violenze snaturate della madre. Ma c’è qualcosa che tiene vivi questi figli coraggiosi: la speranza che i loro racconti, le loro storie dolorose, i loro appelli possano servire agli amici, ai fratelli, alle sorelle che sono rimasti prigionieri dei boia libici.
È la ragione che ci ha spinto a girare, anche in condizioni di pericolo e di disagio, questo reportage. Accendere una luce sulle povere urla di aiuto che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo. Guardateci stasera e, con noi, non potrete dimenticare.



Stella Pende

domenica 27 gennaio 2019

Ragazzi imprigionati e torturati nei campi libici

ragazzi imprigionati e torturati in Libia


Ancora e sempre le prove e le foto di adolescenti torturati e incatenati mandate dagli stessi trafficanti killer dai campi di detenzione di Bani Walid. 
Figli che hanno attraversato deserti e terrore x mesi...figli che stanno rinchiusi in quelle che il nostro ministro dell’interno Salvini ha definito Centri sicuri.
Immagini di pistole puntate alla testa, di ragazzine stuprate da guardie carcerarie..di corpi tatuati da lividi e bruciature di plastica sciolta..ultima moda di sevizie inventate dai nostri amici e alleati libici

Vi propongo dunque di riguardarvi la mia puntata di Confessione sulla Libia/ Niger dove ho incontrato questi poveri ragazzi e le loro voci e i loro ricordi...



Stella Pende

giovedì 24 gennaio 2019

E la vergogna si ripete giorno per giorno

bambini immigrati in Italia visti di spalle



“Stella aiutami a trovare un posto per James e Silvery, quei due ragazzi che conosci e che saranno cacciati a ore dal centro di accoglienza…” 

Questa la prima telefonata della mattina. 
Arrivava dall’amica Simona.
Non cito il suo cognome (l’ultima volta che ho parlato di qualcuno che aiuta gli immigrati ha dovuto difendersi dagli insulti) per proteggerla. Ma nessuno e niente può proteggere la sua e la mia disperazione. 

I due ragazzi di cui parla li ho incontrati per un’intervista di Confessione Reporter. Erano ancora indeboliti e spaventati dopo il viaggio dalle loro Afriche all’Italia. 
Un’odissea durata tredici mesi segnata da torture feroci e da perdite terribili di madri e di fratelli. 
Ma soprattutto c’era nei loro occhi la pena di aver lasciato nelle carceri libiche compagni e sorelle di viaggio che non avevano avuto la fortuna o il coraggio di fuggire agli aguzzini...
qui, arrivati nel centro, il cosiddetto "car", si erano conquistati un pezzo di vita. 
La scuola. Gli interessi. Uno dei due dipingeva gli alberi, i mari e i fiori della sua terra in modo mirabile e commuovente. Il suo sogno era (dico era perché non sarà mai vero) quello di poter studiare in una scuola di disegno... di poter mettere sulla carta tutti i colori e la bellezza suprema delle sue praterie.

Ma la vergogna  comanda... 

Tra poche ore questi due figli, perché figli nostri potrebbero essere, saranno sbattuti in strada senza casa, senza diritti. Senza pace. Nell’indifferenza, nel silenzio e nel freddo di quest’Italia che non riconosco. 
O che forse conosco solo ora. 
L’aggressivià e la ferocia che certa gente dimostra è schizzata fuori come un alien covato da anni...

Oggi questa crudeltà si sente legittimata dai nostri governanti che predicano sempre e solo l’individualismo più becero, la violenza contro la diversità, il rifiuto al bene. 
Mi sento impotente e colpevole. Come giornalista e come cittadina italiana.
E sogno e provo un’immensa e terribile nostalgia insieme per quel tempo in cui l’accoglienza e il cuore erano i segni e i tatuaggi benefici di questa terra. 


Stella Pende

venerdì 9 novembre 2018

Confessione Reporter: Niger, i figli della tortura

primo piano di uomo africano prigioniero


Qual’è la vera verità sulla Libia?

Sono andata in Niger, a Niamey, ma anche ad Agadez e nel deserto per dare risposta a questa domanda.

È vero che dopo le nuove leggi partite dal ministro Salvini e dal Governo Pentastellato la questione immigrazione-invasione (così la descrivono i cultori della paura popolare) pare risolta con il blocco delle partenze?

Falso.

Dall’Africa affamata e in guerra chi soffre e non vuole morire continua a partire. E questi poverini (soprattutto adolescenti e giovani donne con figli) continuano ad affrontare odissee terribili. Viaggi che durano anni dove i pochi denari messi da parte dalle famiglie sono estorti da ricattatori  che seviziano le donne e spesso uccidono i giovani. Se, e quando, finalmente arrivano al deserto del Shael gli accompagnatori (passeur), che una volta raggiungevano la terra libica in due giorni con jeep scalcagnate nel deserto, oggi non possono più (il presidente nigerino ha vietato l’immigrazione da tre anni)condurli alle porte della Libia.

Dunque chi vuole raggiungere i confini libici deve affidarsi a uomini senza scrupoli che scelgono strade alternative e pericolosissime. Per questo il deserto pullula di cadaveri, morti di cui nessuno saprà mai il nome.
E poi quando si arriva in Libia l’inferno. Mercenari affamati di denaro sequestrano ragazzi e donne e li buttano dentro magazzini e garage. Buchi neri senza un soffio di luce. Agonie e stupri sulle donne. Tutte. Senza differenza di età. Per avere i soldi dalle famiglie sempre lo stesso copione. L’arma preferita? Il cellulare. Si cominciano torture barbariche sui prigionieri (bastonate, strangolamenti, bruciature con plastica sciolta sul corpo, elettrodi) e i carcerieri fanno ascoltare al telefono le loro urla alle famiglie. 

Molti di loro soccombono. Muoiono. Altri ancora, purtroppo ancora pochi, sopravvivono come avanzi umani e vengono selezionati come soggetti fragili dall’UNHCR, l’unica organizzazione che sta facendo qualcosa per questi disgraziati. Con il  loro progetto di evacuazione dai Centri libici i responsabili dell’ONU portano i più vulnerabili con aerei umanitari in Niger. Da lì verranno mandati in Europa nelle nazioni che si offrono di ospitarli. Dalla Francia all’Olanda, dalla Svezia all’Inghilterra e molte altre . L’Italia, naturalmente, non fa parte di questo gruppo.

Chi di voi vuole ascoltare, per la prima volta senza filtri e senza censure politiche, le grida di aiuto di questi figli africani sopravvissuti alla barbarie non può perdere stasera la puntata intitolata NIGER . 
Confessione Reporter. Rete 4. Seconda serata.

Stella Pende

giovedì 6 settembre 2018

Le carceri della morte in Libia

Immigrati detenuti nelle prigioni libiche


Eccomi appena atterrata dal Niger dove ho lavorato per il mio prossimo reportage di Confessione Reporter. 
Eccomi stremata da un viaggio importante, durissimo ma soprattutto doloroso. 
Permettetemi un briefing per coloro che non conoscono ancora la situazione. 

Il Niger è uno dei paesi più poveri del mondo. Bambini, donne e padri (20 milioni) vivono all’80% con 7 dollari al giorno. Se gli va bene. 
Il Niger non ha sbocchi al mare, ma confina con i paesi (Mali, Burkina Faso, Libia, Algeria, Nigeria e Benin) più caldi dell’Africa. Paesi torturati dal terrorismo, dal traffico di armi e da quello penoso e criminale di esseri umani. 

Il Niger dunque è stato, più che mai in questi anni, una terra di passaggio per molte genti che arrivavano da molte afriche. Popoli sfortunati caduti dentro guerre, fame e impotenza di vivere. 
Poverini, si poverini, che cercano disperatamente di attraversare il deserto per toccare quella terra infiammata da odio e di denaro che è la Libia. E che, nonostante gli echi degli orrori che di quel paese si conoscono, resta ancora nell’immaginario dei disperati il modo più facile per arrivare in Italia. E da li dovunque in Europa. 
Ma la Libia, come solo certi giornali raccontano (primi di tutti L’Avvenire e La Stampa, perché troppi latitano vergognosamente) è diventato un lager universale. 

Gli immigranti arrivati alla frontiera vengono subito rapiti e incarcerati, violentati e torturati da coloro stessi che li hanno accompagnati o aspettati dentro agguati e trappole. Da veri orchi senz’anima. 
La ragione? Sempre e solo il denaro. 

Queste molte atrocità avvengono in quelle che il nostro ministro dell’interno propaganda per luoghi sicuri, aggiungendo che torture e violenze sono solo leggende lunari.
Così per spiegare agli italiani che gli credono e che risponderanno alle mie righe con i brutali insulti d’abitudine, cercherò invece in questi giorni di dirvi delle storie e delle odissee di tanti adolescenti sopravvissuti alle orrende torture e di fanciulle che devono sopportare la vergogna e la pena di aver subito violenze atroci, portando dentro i figli di coloro che le hanno seviziate. Perché io le ho incontrate.  

Vi dirò di ragazzi a cui è stata tagliata la lingua perché non potessero raccontare l’atroce verità del loro calvario. Perché io li ho visti.

Di bambini che hanno convissuto giorni e giorni coi cadaveri delle madri accanto con la vagina sfondata, perché i loro carnefici non si degnavano nemmeno di dar loro degna sepoltura. 
Perché io ho sentito i loro racconti con le mie orecchie. 

Di uomini e donne che hanno bevuto la loro urina e hanno pregato solo di morire presto piuttosto che affrontare altre sevizie. Perché io ho visto i loro video girati con cellulari nascosti perché quelle immagini fossero la memoria della vergogna. 

Insisto. 
Tutto questo é avvenuto e avviene ogni giorno nelle carceri governative e in quelle di miliziani senza scrupoli in Libia. Una realtà che perfino Papa Francesco ha potuto scoprire dalle immagini che gli sono state consegnate. Una verità che ho ascoltato minuto per minuto da  ragazzi e ragazze, da donne e da uomini, selezionati dall'UNHCR (l’alto commissariato per i rifugiati dell’ONU ha avuto il permesso sporadico di entrare in quelle prigioni) come i più vulnerabili, e che sono stati evacuati (liberati) da quelle carceri per essere portati per l’appunto in Niger.

Il lavoro che sta facendo l’UNHCR è unico e mirabile. fa parte di un progetto chiamato ETM (Emergency Transit Mechanism) che dal novembre del 2017 a Luglio di questo anno ha salvato dagli aguzzini libici e dalle loro galere di tortura 1.536 persone che aspettano a Niamey (capitale del Niger) di essere riportati a casa. Oppure di essere assegnati ai vari paesi europei. 
Un corridoio umanitario che dimostra che si può. Che si deve.
Così circa 250 di loro sono già arrivati nella terra d’Europa che pareva più adatta a loro.

Proprio in questi giorni un volo con altri fortunati dovrebbe partire per Niamey. Ma la Libia è ancora a ferro e fuoco. Le milizie del presidente Al Saray e quelle del generale Haftar, che comanda la cirenaica ribelle, hanno ricominciato ad ammazzarsi per spartirsi la torta del petrolio libico. 
A tripoli una bomba è arrivata di fianco all’ambasciata italiana. L’aeroporto principale è chiuso. Centinaia di persone che avevano già visto e sperato la salvezza dovranno aspettare o scomparire per sempre, come accade spesso, in quell’inferno.  

Quello che segue è un video che mostra gli immigrati a Tripoli in fuga dopo il bombardamento di qualche giorno fa. La situazione nei laghetti è allucinante. I carcerieri sono scappati lasciando centinaia di persone senza acqua ne cibo. E i trafficanti di esseri umani non aspettano altro che catturare i fuggiaschi per ricominciare a metterli sui gommoni della morte. 





Stella Pende

domenica 22 luglio 2018

La rinascita africana passa dai suoi giovani

Nella mia ultima intervista per Grazia, Letizia Moratti mi racconta la missione della Fondazione E4Impact: formare e affiancare i ragazzi africani per far fiorire l'economia del continente nero.



giovedì 8 febbraio 2018

Africa. L'inferno dei ragazzi gay



L’ultimo è stato James. 
Aveva 15 anni. 
Ma l’hanno torturato, seviziato e poi impiccato a un albero del pane in mezzo a fiori rossi come il suo sangue. 

James era un ragazzino gay, ma ha avuto la sfortuna di nascere in Sudan. E in Sudan per chi si macchia del peccato mortale di omosessualità c’è la pena di morte. 
La storia agghiacciante di questo adolescente, che era il primo della sua classe e che avrebbe voluto fare il medico per aiutare la sua gente, mi è arrivata alle orecchie circa 10 anni fa. Da allora ogni volta che incontravo un paese africano per un altro reportage ho indagato anche sulle reazioni e sulle leggi che quel posto aveva in merito ai gay. 
Le mie scoperte sono state dolorose. 

scontri uganda omofobia gay


Almeno 37 paesi africani avevano, e hanno tuttora, leggi e tradizioni orribili contro l’omosessualità. E in alcuni di queste nazioni (Sudan, Somalia, Nigeria,Niger, etc) questa “dissacrazione del sesso” veniva punita legalmente con la morte. Per impiccagione o per lapidazione. 
Mi sono promessa di non affondare nell’indifferenza questa realtà assassina e ho cominciato a cercare storie e voci che raccontassero le odissee di quei giovani uomini perseguitati. Dal Kenya al Sudafrica, dalla Somalia al Camerun ho incontrato storie surreali che non mi sono mai stancata di ascoltare e quest’anno finalmente, dopo tanto lavoro, le ho messe insieme per il reportage che vedrete nella quarta puntata di Confessione Reporter

Storie diverse ma comunque intense. Drammatiche, ma anche degne di finali felici. Di accettazione e d’amore. 
Uno dei ricordi più forti? Quello di un ragazzo musulmano e gay di 18 anni che è stato rinnegato e cacciato dalla famiglia in Sudafrica e per questo ha vissuto da solo nelle strade di Joannesburg per 13 mesi. Chengo mangiava rifiuti e beveva nelle pozze della pioggia con i suoi amici corvi. Poi, un giorno, qualcuno dei suoi compagni di strada gli ha parlato di un Imam, anche lui omosessuale, che accoglieva i ragazzi gay cancellati dalla comunità e che gli permetteva di pregare nella sua moschea “perché Dio ci ama lo stesso”
Quest’uomo speciale, e molto religioso, ha avuto il coraggio di parlare della sua storia, della vergogna ma anche del coraggio trovato per confessare alla sua famiglia il suo amore per un compagno. Scoperta dopo mille avventure la strada della moschea il ragazzo ha trovato una casa e un futuro senza cattiveria. 


E poi il Kenya. Qui ho raccolto le struggenti lacrime di Shakira ragazzo/a che ha vissuto un esistenza di umiliazioni e di solitudine in un villaggio-paradiso dove la sua diversità non è mai stata perdonata. 

Africa gay ragazzo transgender


“Quando il mio compagno è morto la gente infuriata mi ha perfino impedito di seppellirlo” racconta Shakira a Confessione Reporter. 

"Per loro noi siamo animali che non meritano nemmeno un dignitoso addio alla vita”

Anche Tanya abita a Watamu come Shakira. 
Anche Tanya racconta con dolcezza e rassegnazione di quella sua doppia vita forzata.

“Amo più di me stessa una ragazza, ma sono costretta a nascondermi come un topo di fogna. L’unica a capire il mio dolore è mia madre che non mi giudica e non mi ha mai fatto sentire una criminale”

In Sudafrica, un paese diviso a metà perché solo nel nord la legge permette il matrimonio tra gay ma nonostante tutto l’omosessualità viene derisa e perseguitata terribilmente, ecco lo stupro-medicina come la chiamano orrendi e impietosi uomini che si vantano dei loro crimini. 

ragazza africana stupro correttivo gay lesbica


“Devono ammazzarli tutti" dice nel reportage un ragazzo avvelenato "io non mi vergognerei di sparargli come ad un appestato”

E  in questo strano paese la vergogna non è molto sentita:
“mi hanno seguito di notte, poi picchiato e stuprato fino all’alba”, racconta Jane, ragazza "lesbica”, urlavano che lo facevano per me: per farmi capire che il piacere una ragazzo lo può provare solo coi maschi. Ho passato tanti giorni all’ospedale dove da sola ho pianto tanto. Ma non mi sono arresa. Oggi vivo con Monica e insieme a lei sogniamo di aprire un negozio di piante tropicali che fioriranno come il nostro amore”

Vi aspetto Venerdì 9 Febbraio in seconda serata su Rete4 con Confessione Reporter: i figli dell'omofobia in Africa. 


Stella Pende