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sabato 3 dicembre 2022

Confessione Reporter è: preti pedofili

Confessione Reporter è: preti pedofili



In questa nuova puntata di Confessione Reporter affrontiamo un dramma di cui si è parlato molto sui giornali e tv: la pedofilia nel mondo dei religiosi.

Abbiamo raccontato di preti sposati, di figli di preti, ma l'idea che un religioso, chiunque esso sia, possa approfittare dell'innocenza del bambino, del ragazzino che gli si affida... no quello no!

Poi ho saputo di un ragazzino che dagli undici ai quindici anni ha subito inerme la violenza di un prete. Un ragazzo che ci ha confessato la sua disperata solitudine, l'omerta' della chiesa che lo isolava, il dolore che gli ha schiantato il cuore.

e allora abbiamo deciso di entrare nel tunnel…  

Perché la pedofilia è un veleno terribile che da secoli si insinua nelle parrocchie, nei seminari, un peccato mortale invisibile e nascosto troppo spesso dalle tuniche rosse di certi vescovi e prelati che hanno permesso a questi diavoli santi di continuare a delinquere.

Vi aspetto sabato 3 Dicembre in seconda serata su Rete 4.


Stella Pende

domenica 12 settembre 2021

Perché dimenticare tanto in fretta?

Donne afgane protestano contro il regime talebano per i propri diritti
Foto da The Guardian.com

Donne con la faccia libera dai veli carnefici. Donne che hanno urlato la loro fame di libertà guardando in faccia la paura. Donne che hanno sfilato a Kabul verso il palazzo presidenziale per  avvertire gli occupatori che non si rassegneranno al carcere che ha imprigionato le loro madri e le loro nonne. Ma quelle sessanta, tra ragazze, bambine e madri che hanno marciato sabato scorso nelle vie della capitale dell’Afghanistan ostaggio dei nuovi talebani, sono state fermate con la violenza. Con le spinte. Con le bastonate. Ma non credano i Nuovi talebani che  potranno fermarle ancora una volta. Quelle femmine eroine sfideranno il carcere, forse la morte, ma nessuno ormai potrà comprare né ascoltare il loro silenzio. 

Da settimane ormai da tutto il mondo arriva l’abbraccio e la commozione per le “nostre” afghane di oggi. Appelli, aiuti, articoli, programmi televisivi raccontano della sorte di queste nostre sorelle che dopo un tempo di conquiste, di scuole, di  studi e di lavori rischiano di affondare ancora una volta nelle sabbie nere del fondamentalismo islamico. Ma un pensiero mi arriva nella testa da giorni e giorni: è vero che l’Afghanistan è stato fatalmente rapito dagli orchi del burqa... é vero che la cronaca si occupa giustamente dei destini di quel paese sfortunato e addolorato da troppi anni... ma quanto durerà tanto interesse, tanta partecipazione, tanta indignazione? L’autunno  delle nostre politiche, delle nostre finanze, dei nostri problemi asciugherà forse la comunione e la solidarietà con i cittadini afghani?  È davvero un grande timore il mio.

Corsi e ricorsi…Chi parla, chi pensa oggi infatti  a quella che era la terra più bella, più brillante, più affascinante del Medio-Oriente, una terra che oggi non esiste più, perché una guerra feroce voluta da un dittatore  brutale, Bashar al Assad e dai mostri dell’Isis, l’hanno ridotta a un cumulo di rovine e di pianto? Chi ci parla più delle donne e delle bambine siriane che l’Occidente ha abbandonato a una sorte feroce? Che hanno perso case, famiglie, scuole e futuro? 
Selim un caro amico di Aleppo, ieri professore di letteratura in quella città divina martoriata e oggi operaio in una fabbrica aBrescia, mi ha detto qualche giorno fa: “sono scappato dal mio paese e dalla mia vita dopo aver perso due figlie e una moglie sotto un bombardamento. Perché nessuno si ricorda di noi, perché nessuno piange la nostra terra di morti?"

Perché???


Stella Pende

martedì 24 novembre 2020

Confessione Reporter torna da mercoledì 25 Novembre su Rete 4


Per 4 mercoledì a partire dal 25 Novembre torna in seconda serata su Rete4 Confessione Reporter.

Coerentemente con quelle precedenti, anche questa nuova serie sarà dedicata al dolore dei più fragili, degli invisibili, di chi ha subito nel silenzio grandi violenze


Primo appuntamento Mercoledì 25 Novembre con la violenza sulle suore


Cosa c’entrano le suore con la fragilità e la sofferenza? 
Molto! 
Intendiamoci: le suore, il cuore pulsante della chiesa, possono avere vite piene, come quelle delle missionarie, delle suore di clausura, ed io non mancherò di raccontarvele. Prima di tutto però voglio parlarvi della sofferenza che purtroppo affligge molte di loro. 

Molte, troppe suore vivono in condizioni di inferiorità, sono sfruttate per i mestieri più duri, isolate, umiliate… e come se non bastasse le suore sono state e sono ancora vittime di orrende violenze sessuali. Una verità che è stata sempre negata e nascosta. 
Era affiorata, a dir la verità, tre anni fa durante un summit speciale in vaticano voluto da Francesco, che per le suore in difficoltà ha fortemente voluto una casa e un rifugio segreto, ma il vero scandalo è letteralmente esploso quando finalmente le vittime hanno parlato. 

Una dopo l’altra, vinta la paura e il silenzio, hanno raccontato in dettagli raccapriccianti anni di stupri commessi quasi sempre da chi dovrebbe difenderle di più: i preti. 

Voglio iniziare a raccontarvi questa storia da un viaggio in Francia, dove è nato un vero movimento delle religiose abusate…

Seguimi mercoledì in seconda serata su Rete4, ti aspetto.


Stella Pende



 

martedì 31 marzo 2020

Creatività pastorale ai tempi del Coronavirus

Padre Giuseppe Corbari ha stampato le foto dei suoi fedeli e le ha messe in Chiesa


Una piccola chiesa dalle volte dorate con i banchi tappezzati dalle fotografie dei suoi parrocchiani. Nonni e padri , mamme e figli. Tutti sorridenti. I bambini ai primi posti, e dietro genitori e famiglie. Proprio come quei fedeli usavano sedersi nel "tempo di pace"  durante la Messa. 
Padre Giuseppe Corbari, vicario parrocchiale della Chiesa dei Santi Quirico e Giulietta a Robbiano, paese della Brianza, ha deciso di riempire così, domenica scorsa, il vuoto di una messa orfana di fedeli per ragioni di sicurezza. 

"È stato il desiderio di 'vedere' comunque i miei parrocchiani durante la celebrazione. L’idea l’ho lanciata attraverso il canale Telegram della parrocchia, quello che uso sempre più spesso per passare pensieri, riflessioni e preghiere ai fedeli. Ho chiesto: se potete mandate un vostro ritratto che lo metterò in chiesa. Beh, sono stato sommerso da foto nel cellulare, ci ho messo un pomeriggio per stamparle tutte"

Creatività pastorale. 
Davanti alla banalità del male, ecco la fantasia del bene degli uomini di chiesa che non si rassegnano a restare lontani dalla loro comunità, che si impegnano, in questo tempo di Coronavirus, per combattere la solitudine dei credenti, per fargli arrivare calore e affetto.

Ma il Covid-19 ha portato nel pianeta dei pastori più rivoluzionari, per lo più semplici parroci, una nuova arma per sconfiggere il deserto delle loro chiese: quella di Internet. 
Frequentata timidamente già  dai religiosi più “moderni”, oggi la Rete è diventata la stella della crociata antivirus. I “social santi” in questo periodo pullulano letteralmente di blog di stampo clericale, video con interventi,  preghiere in streaming e rosari corali  su YouTube.  

"Quanto a Telegram abbiamo ormai almeno 250 iscritti fra le famiglie. Ma la soddisfazione più grande è trasmettere l’Eucarestia festiva in streaming e perfino gli esercizi spirituali della Quaresima"

Un esempio che perfino Papa Francesco, da sempre refrattario alle diavolerie della tecnologia, ha deciso di seguire per la sua messa domenicale nella chiesa di Santa Marta. La tecnologia però và a tutta forza soprattutto fra chi, nella Chiesa, si occupa di adolescenti e ragazzi. Chiusi oratori e incontri ecco arrendersi a Internet anche un prete novello di anni 27, assistente dell’Azione Cattolica ragazzi a Piacenza, città massacrata dal virus. 
Racconta Don Simone Tosetti "i tanti gruppi whatsup, che prima nelle classi ci hanno fatto diventare matti, oggi sono diventati le piazze virtuali e ideali per seguire da lontano queste loro vite spesso ferite da gravi perdite di nonni e genitori"

Ma c’è chi ha osato, e oserà promette, molto di più. 
Un applauso tuonante ha concluso domenica 8 marzo la messa della chiesa romana di San Gabriele dell’Addolorata. Ma non perché qualche gruppetto avesse infranto le regole entrando nella parrocchia. Applausi e canti sono arrivati infatti dalle finestre e dai balconi intorno alla basilica. I 4 sacerdoti della parrocchia , acrobati di Dio, si sono arrampicati fino al tetto dove, complice la scala antincendio, hanno portato un piccolo altare con una croce e un microfono per la diretta web. “La nostra gente non può uscire di casa? Noi preti siamo chiusi qui nella canonica? Beh nessuno ci ha vietato di celebrare la santa messa sul tetto!” In verità i quattro moschettieri dell’Eucarestia non avevano annunciato che ci sarebbe stata la celebrazione all’aperto. "Avevamo realizzato solo un breve video sul nostro canale YouTube e sulle pagine di Facebook dove uno di noi sfidava il parroco con una scommessa. Se lui l’avesse persa noi avremmo celebrato la messa sul tetto"  Detto fatto. Il parroco perde la scommessa misteriosa e si parte all’assalto dei tetti. 
La celebrazione è avvenuta accanto al campanile e vicino alle parabole satellitari. Il suono amico delle campane ha annunciato l’inizio, l’amplificazione e lo streaming hanno fatto il resto. Risultato tutto, o quasi, il quartiere Don Bosco intorno alla parrocchia, ha seguito commosso ed entusiasta la messa dal vivo. 
Non basta. L’inventività pastorale dei 4 Don è un fiume in piena. 
È nata così una sitcom: "Vita di Canonica", una specie di telefilm a puntate dove si racconta la vita dei presbiteri nel quotidiano: dalle pulizie di fino, alla cucina di prelibatezze fino alla preparazione delle prossime invenzioni. "Questi giorni di paura hanno bisogno di essere illuminati da sorrisi e noi cerchiamo di regalarli a chi  ne ha più bisogno". Un’occasione per questi preti giovani di uscire finalmente dal seminato e dal vestito disutile del prete burocrate. 

Così, fra i parroci creativi ci sono anche quelli che si ispirano all’arte. 
Don Francesco Pesce, anima e motore della Chiesa della Madonna dei Monti a Roma ha chiamato il suo blog privato: ConAltriOcchi
Il blog si presenta preceduto da un quadro di Picasso, accompagnato da una celebre frase del pittore genio che diceva:  “C’è un solo modo per vedere le cose finché qualcuno non ce le fa vedere con altri occhi”
Al seguito, per i seguaci del blog, riflessioni del Don, ma anche meditazioni corali in streaming. “Covo la speranza che la tragedia del Coronavirus ci aiuterà a trovare quel senso della comunità che avevamo forse perso” mi dice padre Francesco "Oggi i giovani del quartiere si occupano degli anziani con un altro impegno e quando vado a suonare i citofoni delle famiglie difficili, che ho sempre seguito, non sento più gente che litiga e urla dalle case…sarò un illuso? Continuo a credere che il dolore possa diventare una colla d’amore” Vero. 
Tanto che gli iscritti al blog di don Pesce superano ormai i 250. 

Infine l’inventività dei Don Matteo italiani non si ferma neanche davanti all’assenza di mezzi tecnologici. Ce lo insegna padre Andrea Vena, parroco di Bibbiano, che non avendo Internet nella sua parrocchia si è affittato una piccola Apecar, ci ha caricato sopra la statua azzurra della Santa Vergine e va in giro per i quartieri con un microfono a benedire e a consolare i suoi fedeli. 
"Ho chiesto prima il permesso al sindaco" dice Don Andrea soddisfatto "ma non credevo di ottenere tanti successi: la gente accoglie il passaggio della Madonna con canti e applausi dalle finestre. È un modo per far capire agli italiani che la Chiesa non li lascerà mai soli". Sante parole.


Stella Pende

martedì 11 febbraio 2020

Georg: tana libera tutti

Padre Georg Gänswein con Papa Francesco


Finalmente ci siamo liberati del biondo, aristocratico Padre Georg, badante supremo del Papa emerito Ratzinger, ma soprattutto anima di quella chiesa super conservatrice che col nostro Francesco non poteva andare d’accordo.

Il biondo Georg Gänswein, che poi è di anima nera come il buio, ha minato la pazienza dell’attuale pontefice a proposito del libro sul celibato ecclesiastico Des Profondeurs de nos Coeurs, che fino al Dicembre scorso vantava la firma di Benedetto XVI e del cardinale Sarah.
Dopo le prime anticipazioni sul Figaró pareva chiaro che il tomo raccontasse di vari dissensi tra Francesco e Ratsinger a proposito del celibato dei preti. Ricordate che Francesco durante il sinodo panamazzonico aveva parlato della possibilità, e forse della necessità, di una revisione delle norme al proposito? Le ragioni però dovrebbero essere assolutamente pastorali.
In soldoni in Brasile, nelle foreste dell’Amazzonia in particolare, i preti sono fantasmi, non sono presenti. I poveri cristiani dunque non possono avvicinarsi ai sacramenti, né assistere alla messa, eccetera...
dunque necessità fa virtù, anzi a mali estremi estremi rimedi.
Vuol dire che forse Francesco deciderà nella prossima “esortazione post sinodale” se fare preti anche religiosi maritati o no! Perché usare un libro per far capire che tra le due santità il pensiero era tanto diverso, anzi nemico?
Francesco si è innervosito... il 14 gennaio scorso il biondo presule ha cercato di metterci una toppa cancellando prontamente dal libro il nome di Ratzinger e lasciando il povero cardinale Sarah, si fa per dire, nudo davanti alla colpa. Ma come racconta “l’inchiesta” di Christian Rocca, la frittata era già fatta, tanto che Francesco ha licenziato di fatto il bel pretone azzurro. Del resto non era Georg che aveva dichiarato dall’elezione di Papa Francesco che non c’erano due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e l’altro conteplativo?
Ecco, Francesco dopo sette anni ha voluto spiegare al badante di Ratzinger e forse anche agli italiani, che il papa è uno solo. Lui.   


Stella Pende

sabato 16 novembre 2019

Antisemitismo e bombardamenti...Notizie estreme

Gaza sotto il fuoco dei razzi, Palestina


Notizie estreme. 
Di estremo interesse. 

Da una parte i preparativi di un folto gruppetto di estrema destra, fanatici nostalgici di Benito, ma soprattutto feroci nemici dell’ebraismo, che volevano far saltare la sinagoga di Sant’Elsa accanto a Siena. 
Un fatto che dovrebbe, ma non potrà, tappare la bocca agli “ottimisti” che continuano a predicare che l’antisemitismo non sia diventato una vera emergenza in Italia. un’emergenza alla quale giornali e politici, a mio avviso, danno spazi assolutamente irrilevanti. 

Dall’altra i razzi di Israele che hanno colpito un palazzo di Gaza uccidendo 10 persone, compresi bambini, per uccidere un jihadista davvero pericoloso come Abu Al Ata.
“era una bomba a mano” ha detto il solito Nethanyau. Si ma i bambini che abitavano lo stesso condominio, le donne, i vecchi loro vicini che peccato mortale avevano compiuto per meritarsi una morte tanto atroce?
È la solita strategia degli israeliani guerrafondai (perché Israele é piena di amici straordinari, di intellettuali, di persone che difendono giustamente la pace) che sostengono che per liberarsi di un terrorista è lecito sacrificare civili innocenti strappandogli la vita. 

Risultato: 200 razzi dei palestinesi sui poveri e innocenti civili israeliani.




Stella Pende

mercoledì 23 ottobre 2019

In Amazzonia preti sposati

Papa Francesco in Amazzonia
Crediti immagine di Il Fatto Quotidiano
 

A proposito del sinodo sull’Amazzonia aperto da Francesco Domenica 6 ottobre (negli ultimi 18 mesi di lavori  80.000 cittadini amazzonici sono stati consultati tra esperti, indigeni e professori) pochi si sono accorti di un dettaglio che rischia di cambiare nelle vene  più profonde il “corpo” della nostra santa romana chiesa. 

Tra le sottane rosse dei vescovi convocati per il sinodo corre infatti un venticello di voci e di rumori... il Papa potrebbe accettare, finalmente, di ordinare in Amazzonia persone già maritate affinché gli indigeni più toccati dalla tragedia della loro terra violentata da fuochi e altri veleni, possano più facilmente assistere alla messa e ricevere la comunione. 
Il vuoto di sacerdoti sta lasciando i cristani di Amazzonia soli, poveri e senza alcuna consolazione religiosa. Ma non basta! Poiché sono le donne coloro che nelle comunità cristiane indigene si danno più da fare per assistere, curare e lavorare (guarda caso) non è escluso, anzi è molto possibile, che saranno anche loro ad avere un ruolo fondamentale e di leadership nei progetti di vescovi e dei loro consulenti.  

Insomma dovevano arrivare i poveri indigeni dell’Amazzonia, doveva incendiarsi la giungla pluviale più grande del mondo, affinché il Papa Bergoglio e i suoi prelati capissero che è arrivato il tempo, nella foresta, ma pure in Italia, dove anche i preti con famiglia fossero i benvenuti. 

Non è affatto raro che nelle nostre città, nei paesi del sud, ma anche nell’alta Italia, sparuti gruppetti di religiosi, immacolati e superstiti, corrano la domenica affannati da una chiesetta all’altra per non lasciare orfani di liturgie, quei pochi e sinceri devoti che gli restano. 

Una decisione, se ci sarà, che non sarà priva di proteste e di polemiche.


Stella Pende

martedì 17 settembre 2019

Allerta rossa nel Sahel. A un anno dal rapimento di padre Gigi

Padre Gigi Maccalli con i bambini africani


A un anno dalla scomparsa di Padre Gigi Maccalli, il missionario rapito un anno fa a Bomoanga, a 125 chilometri dalla capitale del Niger Niamey, nessuno sembra parlarne più.

Voglio condividere con voi un'intervento di Padre Mauro Armanino, molto chiaro, diretto e commovente. 

In Argentina si parlava di ‘desaparecidos’, scomparsi senza lasciare traccia. Durante il mio soggiorno a Cordoba, uno degli epicentri della repressione militare, avevo avuto modo di conoscere alcuni famigliari degli scomparsi. C’era in loro il doloro sordo di un’assenza inspiegabile e del sospetto che il congiunto fosse ancora tenuto in ostaggio da qualche parte. Oggi, 17 settembre, è passato un anno esatto dal rapimento di padre Gigi Maccalli, compagno di viaggio nella nave di sabbia del Sahel. Lui, un lanciatore di allerta di quelli autentici. Lui che, con la sua comunità, ha complottato per rendere di nuovo ‘pericoloso’ il vangelo che ci ricorda che siamo umani. Perché in ultimo di questo si tratta nel Sahel come altrove nel mondo. Portato via una notte di settembre dopo le vacanze, dopo aver fatto scavare pozzi, accompagnato ammalati in città, aperto scuole, cliniche e un fragile centro di aiuto per bambini mal nutriti. Lui che parlava la lingua del suo popolo e che dal suo popolo era stato colonizzato. Aveva inaugurato con fierezza una cattedrale contadina che lui considerava con ingenua fierezza la prima ‘Basilica del Sahel’ fatta di sabbia e di sogni inesplorati. 
Le allerte accompagnano ormai la vita dell’Occidente e, senza darlo a vedere si sono propagate dappertutto. L’inutile allerta per le inondazioni che solo nel Niger ha causato la morte di circa 60 persone e ha creato miglia di sfollati. L’allerta per gli attacchi dei terroristi che ha portato al prolungamento dello stato di urgenza in tre regioni del Niger, la chiusura di scuole e l’arresto del servizio sanitario di base per migliaia di poveri. L’allerta indirizzata ai cittadini di origine europea tramite una cartina che colora di rosso il Paese intero con eccezione della capitale e di una striscia che si avventura verso la frontiera del Benin. Una zona tassativamente sconsigliata o vietata ai cittadini europei. C’era invece a Genova e provincia l’allerta gialla per possibili precipitazioni a carattere temporalesco. Sono, infine, sempre più diffusi i cartelli che allertano e invitano i cittadini a fare attenzione perché l’area in questione è sotto sorveglianza video. Si allerta per dare sicurezza a cittadini che sono stati preventivamente paralizzati da angoscianti notizie su possibili infrazioni all’ordine pubblico. Le società hanno fatto delle allerte un sistema di controllo globale.
Le allerte dovrebbero essere ben altre e padre Gigi ce lo ricorda. L’allerta della grande guerra contemporanea che è la fame, quella delle disuguaglianze abissali che rendono ancora più profondo il fossato tra il Nord e il Sud del mondo. Per l’apartheid globale che divora i poveri e li vende per un paio di aiuti che ne perpetuano l’esclusione. Per il tradimento che continua a perpetrarsi tra chi ha il diritto alla mobilità e chi, invece si trova nell’immobilità dei cimiteri di sassi e di mare. Sono infatti 25 la settimana i migranti in Africa a morire prima ancora di raggiungere la riva del mare dove li attente l’altro battesimo senza nomi da nomi. Padre Gigi è lui stesso, assente, presente, scomparso, prigioniero, ostaggio, perduto, libero, silenzioso e assordante, l’unica allerta che meriti questo nome. La sua vita invisibile è l’allerta che grida nel Sahel l’ingiustizia degli ostaggi della miseria che arma il vuoto creato dalla dignità confiscata ai poveri. La sua è l’allerta di chi ha tradotto il silenzio in grido per chi, come lui, è stato portato via dall’astrazione di una religione resa ideologia perdente di potere. Di questo dovremmo dare l’allerta. 
Da gennaio a luglio di quest’anno, secondo un rapporto dell’ONU, nella sola regione di Diffa nel Niger sono scomparse 179 persone e tra di esse 44 donne. Per alcuni è stato pagato il riscatto mentre altri sono scomparsi alla maniera di padre Gigi seppur di religione diversa. In realtà quei contadini, poveri e senza volto, diversamente da lui, erano già scomparsi dalle priorità delle politiche del Paese. Di loro e di questo mai nessuno ha dato l’allerta. ‘Liberate padre Gigi’, scrivono i suoi amici di Crema, Genova e Niamey la capitale nel Niger. Ora l’allerta sta tutta nelle nostre mani e solo possono declinarla gli insorti.
Ed è per allertare che, nella diocesi di Niamey,  quest’oggi non si celebrerà la messa da nessuna parte. 

                                                                                             Mauro Armanino, in treno, settembre 2019

lunedì 27 maggio 2019

Le prigioni del Sahel, di Padre Armanino

missionario con bambino africano
Come d’abitudine, ho dato il mio voto al coraggio di Emma Bonino. 

Emma, non lo so ancora, deve raggiungere il 4%…ma anche se non ce la farà resta una delle politiche e delle donne più straordinarie. Tutto il mondo ce la invidia.

Per ricordare lei e una delle battaglie che i radicali  non hanno mai abbandonato, la sorte e la civiltà delle carceri, vi propongo questo articolo di Mauro Armanino. Grande missionario in Niger. Grande giornalista.


Stella Pende




Le prigioni del Sahel

Per visitare i detenuti di Marassi a Genova i cancelli telecomandati da varcare erano sette. A Kollo, prigione a una trentina di kilometri da Niamey, le porte da passare sono appena tre. Una recinzione metallica, abbellita da un’artistica porta di ferro appena pitturata, annuncia il primo controllo dell’identità del visitatore.  Segue poi un cortile di sabbia che conduce all’ingresso della prigione. Il secondo controllo è più accurato da quando, tra i detenuti, ci sono centinaia di sospetti militanti o simpatizzanti di Boko Haram da anni in attesa di giudizio. E più ancora da quando la prigione di massima sicurezza di Koutoukalé è stata attaccata da presunti salafisti che volevano liberare alcuni compagni ivi detenuti. Si raggiungono e  passano, infine, le due ultime porte che permettono l’accesso al piccolo cortile interno di forma rettangolare. In alto, per la ronda delle guardie, appare un muretto e uno scampolo di filo spinato arrotolato, sul quale si posa il cielo.  
Ma qui e nello spazio del Sahel le peggiori prigioni sono altre. Per esempio quella della violenza disarmata di cui l’ingiustizia costituisce la fonte di approvvigionamento principale. Proprio l’ingiustizia, trasformata in fenomeno naturale o culturale, è alla radice dell’esclusione sociale della maggior parte dei cittadini del Paese. Chi non ha (denaro, beni e dunque potere) non è nessuno e la sparizione forzata di persone nel Sahel rende visibile quanto la società stava già producendo. La presa in ostaggio dell’educazione statale come luogo di trasmissione creativa e critica del sapere in funzione del bene comune data ormai da alcuni lustri. Il sistema sanitario esprime la stessa radicale selettività: solo chi ha soldi in quantità sufficiente può sperare di essere accolto, visitato e accudito. Ma è il rapimento del futuro alle nuove generazioni a costituire il peggiore reato di cui dovranno rendere conto gli amministratori della politica. Un crimine reso finora impunito. 
Invece è la violenza armata quanto, non da oggi, diventa la più visibile, assumendo abusivamente il monopolio della violenza. Quest’ultima costituisce una prigione reale per migliaia di persone. Prima di tutto per quanti continuano a perpetrare atti di morte e di terrore. Prigionieri incatenati ad una logica basata sul tradimento del fattore umano che accomuna gli abitanti di questo strano pianeta chiamato terra, casa comune per tante generazioni. E poi la prigione delle vittime, costrette a fuggire per salvarsi o occupati a seppellire i morti. Centinaia di migliaia, milioni di esserei umani costretti ad abbandonare le case, i campi e la speranza di una vita differente. Una prigione mentale e ideologica che vede nelle armi sempre più sofisticate e  soldati sempre meglio equipaggiati e preparati la chiave della vittoria finale. La prigione del pan-militarismo del Sahel è una trappola a forma di carcere nella quale siamo da tempo caduti. 
La prigione della paura è quella che, tra tutte, appare come la più subdola e pericolosa. Si è andata formando col tempo e le traversie post e neo coloniali. Una sorta di contagio che ha infettato gli intellettuali, i militanti più agguerriti, i partiti di opposizione, i sindacati e buona parte della società civile. Si è andata affermando l’autocensura del pensiero, della parola e infine dell’azione. Pochi i mezzi di comunicazione che sono passati indenni da questa triste malattia che ha espunto la verità dal proprio bagaglio di viaggio. Le complicità autoctone si sono viste confermate da strategie esteriori che sotto la minaccia economica e finanziaria hanno debellato ogni velleità di autonomia politica. Financo la religione, manipolata ad uso e abuso del potere, si è lasciata imbavagliare. Per codardia e interesse, ha venduto l’assoluto del messagio della misericordia divina che umanizza, per la stabile tranquillità di chi è al potere.  
Nel carcere di Kollo un detenuto oggi era contento perchè, dopo 15 anni, ha per la prima volta ricevuto la visita di un cugino.

Mauro Armanino, Niamey, maggio 2019 





giovedì 25 aprile 2019

La morte non si giustifica con la morte

Come pensavo dal principio c'è l’ombra di Daesh sulla strage orribile e immensa dello Sri Lanka. 
Un Daesh che ha visto stroncate le sue file e le sue truppe prima in Iraq e in Siria nei luoghi dove aveva fatto il suo nido di morte e di buio. 
Un Daesh che vuole dimostrare al mondo che i tentacoli della sua fame di vendetta e che ritornerà a vivere e ad affiorare in Europa, come in qualunque angolo della terra, come un alien misterioso e assassino. 

Lo Sri Lanka è un paese del mio cuore. 
Ci sono stata a godere delle sue acque di vetro quando ero ancora una bambina e la sua terra praticamente sconosciuta. 
Sono arrivata per prima quando il mare ha ingoiato foreste e uomini e bambini durante lo tsunami. 
Ho visto la sua feroce guerra civile. 
Ma ultimamente quella terra era rifiorita nella sua bellezza di fiori, di mari e di animali. 
i turisti e i curiosi della felicità erano tornati. 

Oggi questo attentato mette di nuovo il paese in ginocchio. 
Oggi i cristiani, proprio loro che nel paese sono una piccola minoranza, sono spaventati di vivere. Straziati di morire. Per questo mi fa piacere dividere con voi quest’editoriale dell'Avvenire. Da tanto tempo ormai il mio quotidiano del mattino. 
E leggendolo si capirà, non buonisticamente, né fatalmente, che non è con la rabbia che si combatte la rabbia. Che non è con la violenza che si fa tacere la violenza. Ma è cercando di capire da dove arriva il male e perché, cercando, certo, di prevenire, di punire i colpevoli...

Ma non continuiamo ad accusare religioni, come la musulmana, che hanno nella loro gran parte un'anima buona. Non è col razzismo religioso stupido e ignorante che si ferma il cuore cattivo delle bombe suicide. 
No! 
Non è cosi.




Stella Pende


Editoriale Avvenire 24 Aprile 2019 Sri Lanka
donne piangono in Sri Lanka



martedì 19 marzo 2019

Ritorna Confessione Reporter, le repliche


E ritorna Confessione Reporter…..saranno delle repliche arricchite e corrette nell’attualità ma storie e voci non smetteranno di illuminarvi su realtà assolutamente nascoste e scioccanti. 

Cominciamo stasera con i figli dei preti
Eh si, i preti figliano. 
Molti di loro, purtroppo, non hanno il coraggio di lasciare l’abito telare e la la loro vita di sempre e si vedono costretti a sacrificare bambini e ragazzi che crescono orfani di padre. 
Le storie che vedrete vi apriranno la verità sulle vite di questi figli. 
Nel dolore ma anche nella voglia mai spenta di cercare rapporti col padre…altri religiosi invece hanno trovato la forza di abbandonare il sacerdozio per metter su famiglia. 
Il premio è una grande felicità. 
Senza mai dimenticare Dio.



Stella Pende

mercoledì 20 febbraio 2019

Il pakistan talebano assolve l'assassino di una figlia

Sana Cheema


In Pakistan Sana Cheema, figlia di 25 anni, dagli occhi carboni e il sorriso leale è stata uccisa nell'Aprile scorso da 11 soggetti umani (non si può chiamarli uomini) della sua famiglia. 

Suo padre Mustafà lo ha confessato al poliziotto incaricato dell’indagine, il quale è stato prontamente trasferito e affondato in qualche ufficietto di villaggio sperduto. Tutto per aver osato esibire una prova della colpevolezza del padre e di seguito di tutta la famiglia. 

La ragazza viveva a Brescia, in Italia, e avrebbe voluto sposare un italiano di cui si era innamorata. Ma Sana era stata promessa dalla famigliola a un altro signore. Dopo averla convinta a rientrare in patria il genitore, con l’aiuto dei maschi della famiglia, l’ha strangolata perché Sana si ostinava a negare il matrimonio combinato. 

Igiudici hanno assolto tutti gli imputati per mancanza di prove vere. 

“Se è questa la giustizia islamica meglio prepararsi” 
ha detto Salvini. 
Chi avrebbe mai detto che ci saremmo trovati nell’occasione di essere d’accordo con lui? 


Stella Pende

venerdì 2 novembre 2018

Confessione Reporter: una nuova serie dedicata ai figli




Confessione Reporter rinasce nelle sue nuove puntate. 
Visto il successo dell’ultima serie dedicata ai figli (figli dell’Isis, figli di camorra, …) abbiamo deciso di non spezzare il nostro filo rosso e di continuare a darvi piccoli pezzi di verità nel mondo raccontandoli con le voci dei più giovani: i figli. 

Questa prima puntata è dedicata a ragazzi e ragazze, a bambini e a gente che nasce sempre orfana di padre. 
Perché? Perché il loro genitore maschio infatti fa un mestiere che poco si adatta alla paternità.

È un prete. 

Si il prete. Ecco la ragione del titolo della nostra prima puntata che recita figli di prete.

illustrazione prete e bambino


Tutto nasce da una lettera che ci è arrivata da un adolescente che scopre che sua madre  fa tutti i pomeriggi varie puntatine in chiesa. La segue per qualche giorno e capisce il tutto. Il suo papà è sicuramente il parroco. 

Alessio, chiamiamolo così, si dispera e non si rassegna all'idea che la mamma abbia scelto proprio un sant’uomo. Si fa così per dire…. ma nella nostra avventura di ricerca scopriremo anche figli di preti assai felici. Soprattutto coloro che sono nati da una scelta coraggiosa: Quella di religiosi che hanno lasciato il sacerdozio per trovare una famiglia. Figli di preti che hanno saputo la verità solo dopo la morte del padre. figli di preti, come l’irlandese Vincent Doyle, che fonda addirittura una associazione, Copy, che raccoglie le voci e protegge tutti coloro che, come lui, sono figli di sacerdoti, di cardinali, di vescovi.

Alla base di tutto resta la questione del celibato "che non è un dogma” come ha detto il nostro amato Papa Francesco, e dunque una porta rimane sempre aperta.

Ma quanti sono i preti padri in Italia? quanti nel mondo? cosa fa la chiesa per proteggerli e per dargli un futuro?
Queste risposte per la prima volta saranno tutte nel nostro reportage.
Venerdì 2 Novembre alle 00:30 su Rete 4.
Non lo perdete.



Stella Pende

giovedì 17 maggio 2018

Questa strage di ombre

Scontri a Gaza, Maggio 2018


Massacro a Gaza. Si massacro, nonostante alcuni e familiari giornali continuino a titolare neutralmente “inferno e orrore a gaza”. Per far di tutta un’erba un fascio. Per non star né da una parte né dall’altra. Per mettere addosso il peso della vergogna ai palestinesi e o agli israeliani. 

Chissà? Gli israeliani si sono difesi per carità. Tra i morti arabi c’erano sicuramente terroristi affiliati ad Hamas? Avevano divise o segni speciali e fosforescenti  per essere riconosciuti e diventare bersagli legittimi per i tiratori scelti? 

Ma quanti di coloro che parlano del pericolo che i terroristi palestinesi avrebbero guadato il confine invadendo Israele hanno mai conosciuto quella terra occupata che è un carcere per un milione e mezzo di persone? Quanti sanno che se avessero un bambino a Gaza in pericolo di vita quel figlio guarderebbe ogni volta la morte perché gli israeliani possono togliere l’elettricità nelle case come nelle camere operatorie quando vogliono?
Quanti capiscono che tanta rabbia e l’odio non possono arrivare solo dall’apertura di questa nuova benedetta e maledetta ambasciata a Gerusalemme?

A proposito, onore al quotidiano religioso L’avvenire che ha urlato santamente e coraggiosamente in prima pagina “strage a Gaza”.

Resta che quello che è successo non ha pari nella storia. 
Mentre la cicognona Ivana Trump svelava la targa che annunciava la nuova vita della nota ambasciata, decine di palestinesi morivano ammazzati dai proiettili della milizia israeliana. Nessun turbamento, nessuna interruzione alla cerimonia dove la notizia dei morti era naturalmente corsa fra i presenti, le pizzette e le bollicine. Anzi.  

"Gli americani sono i nostri migliori amici nel mondo"
sorrideva fremendo il leader amato Benjamin Netanyau. In quello stesso minuto uno, due, otto ragazzi di nemmeno diciotto anni cadevano schiantati nella nebbia dei lacrimogeni per aver protestato contro quello che da molti è stato definito uno schiaffo alla storia palestinese. 

La verità? Molti nel popolo ebreo non paiono affatto stupiti, né sfiorati dalla decisione di parruchino kid Trump di spostare il suo ambasciatore americano da Tel Aviv a Gerusalemme. Le decisioni importanti, i luoghi e le voci del potere israeliano abitano già a Gerusalemme da tempi ormai remoti.



Stella Pende

domenica 25 marzo 2018

Ghouta bombardata per stanare i ribelli. I civili siriani muoiono e fuggono

padre siriano porta bambino nella valigia


Era il lontano 19 settembre 2013 quando il feroce e spietato dittatore della Siria Bashar Assad finse di consegnare all’ONU la mappa di tutti i suoi depositi di armi chimiche.

Allora il signor Assad promise, come al solito menzognero, di distruggere qualunque armamento di veleni, in base all’accordo raggiunto tra Stati uniti e Russia.. 
Da quel giorno è partita la grande truffa tragica dell’attore Bashar nei confronti del mondo. 

Assad non ha mai distrutto le sue armi chimiche e la Russia non ha mai finito di potenziare quell’arsenale killer che in questi giorni sta uccidendo, insieme alla bombe, centinaia di civili innocenti (nell’ultimo mese 456 tra donne e uomini e 123 bambini) nel quartiere periferico di Damasco della Ghouta.  

Il signor dittatore ci racconta che si tratta di liberare quella terra dai ribelli terroristi che si nasconderebbero proprio nella Ghouta. Ma per scovare 100 oppositori del regime è legittimo e giusto ammazzare bambini, bombardare ospedali maternali (giorni fa è stato distrutta parte dell’ospedale sostenuto da Medici Senza Frontiere che da sette anni aiutano i siriani a sopravvivere) o uccidere intere famiglie impotenti? 

I siriani della Ghouta scappano. Non si sa dove. Non sappiamo come. 
La fotografia che racconta meglio queste fughe disperate é quella di un padre che trascina una valigia aperta dove il suo bambino, 2 o 3 anni, dorme sfinito. 
È l’immagine del buio del futuro, la verità di una guerra sporca contro la quale l’Europa non ha mai fatto nulla di concreto. La prova di un olocausto mediorientale di cui nessuno ammette la gravità e la vergogna. 

Così quando ascoltiamo le voci e la rabbia di coloro che che ci invitano a rifiutare l’accoglienza e la dignità a quei poveretti che scappano da guerre e fame, pensiamo a questa foto. Portiamola tatuata sul cuore. Non dimentichiamo coloro che soffrono orrende persecuzioni e morti. 

Stella Pende

domenica 27 agosto 2017

Il diritto di esistere secondo Francesco

Papa Francesco e l'immigrazione


Evviva Francesco che non ci delude mai!!!!!!!!!!!!!!!  

"Va riconosciuta la nazionalità al momento della nascita” si è letto nell’anticipazione del messaggio  del pontefice per la giornata del migrante che sarà festeggiata il 24 Gennaio. Francesco si è ben guardato di accennare allo Ius Soli e cioè al molto parlato “diritto di nazionalita”….ma il suo è un evidente volano alla legge approvata alla camera e oggi ferma al senato. 

Il Papa accenna anche al sano e giusto diritto all’istruzione nella scuola primaria e secondaria…..ma Francesco si spinge più in là invocando a proposito dei corridoi umanitari l’opportunità di prevedere visti temporanei….
Naturalmente si scatenano polemiche incandescenti che fanno diventare un discorso sull’accoglienza cristiana il solito dibattituccio che vede immancabilmente Salvini rispondere al Papa consigliando di applicare lo Ius Soli in vaticano….

ma io dico, mi si perdoni il quesito forse scontato, come si permette il  cavalier Salvini di usare il suo ordinario tonetto e certi  pensieri gaglioffi nei confronti delle parole del Papa? Ma perché il suddetto imperatore della lega non prova una volta sola a stupirci un po'? Nessuno gli ha mai spiegato che una sua reazione, non dico moderata, ma misurata, davanti a certi temi sull’immigrazione diventerebbe salutare anche per lui? 

Religione e politica: Papa Francesco e Salvini sull'immigrazione
La verità è che il Papa che molti considerano un invasore nella nostra politica, sà di cosa parla al contrario del prode Salvini. 
Si è mai concesso infatti il suddetto una bella gita nella Nigeria del nord, come accade a qualcuno di noi inviati, dove bambine cristiane e incinte di 18 anni vengono uccise a colpi di macete e sfracellate col loro figlio? 
Sa il prode Matteo che in quella terra abbandonata dai media e da tutti la setta di Boko Haram  condanna a morte atroce chi osa pregare Gesù? 
Sa ancora  Salvini che le  bambine di soli nove, dieci anni che non accettano di sposare quei soldati  pazzi di Allah vengono rapite e torturate? 
Ha mai consolato, come è successo purtroppo a me, una madre impazzita di dolore che si ostina a cullare il figlio morto di fame? 

Diversamente da lui questo Papa la sofferenza e la fame l’ha vista e l’ha curata. Forse qualche politico tanto pragmatico non ricorda che il cardinal Bergoglio tutte le mattine alle sei usava recarsi nella miseria delle Villas (quelle che noi chiamiamo bidonville) dove distribuiva amore, cibo e comprensione a chi non poteva mangiare ne studiare, né avere un futuro da dare ai propri figli. 
E proprio ricordando e ricorrendo a queste sue avventure d’amore e dalla sua esperienza oggi il pontefice non può che essere favorevole a un diritto che ogni figlio nato nel nostro paese ha e deve avere. 


Don Massimo Biancalani porta immigrati in piscinaUn’ultima ciliegina… Don Massimo Biancalani, parroco di Pistoia, ha portato in questi giorni di afa alcuni migranti a sguazzare in piscina: “è un anti-italiano” lo ha rimbeccato un originale politico italiano. 
Indovina indovinello??????????
















Stella Pende

venerdì 28 luglio 2017

I bambini ombra dell'Isis


Il bambino Nicolas di 5 anni guarda torvo e mi scaccia con le mani come un animale feroce. Il suo tutore racconta che rifiuta anche la scuola materna di Amsterdam. Sputa sui suoi compagni e maledice in arabo le sue maestre. Lo fa con tutta la rabbia che gli cuoce dentro e urla "voi siete i diavoli, voi siete gli infedeli che sporcano il mondo!" 
Il bambino Nicolas non riesce a dormire, sbatte e storce le gambe come un indemoniato e piange…
il bambino Nicolas è un figlio dell’Isis.

lo raggiungo in un luogo segreto e protetto della capitale svedese. Non e’ stato facile….chi mi ha aiutato non mi ha mai nemmeno fatto vedere la sua faccia… Sua madre Greta, ragazza di 19 anni, è scappata dalla Svezia per raggiungere a Raqqa tale Yousef, il suo amante che ha combattuto a lungo per la bandiera nera. 
Dunque Nicolas è arrivato in Siria  quando aveva solo due anni e dormiva in una scatola di cartone, quella della frutta. Piangeva come tutti gli altri figli quel bambino, ma la sua ninna nanna nella terra dello stato islamico poteva avere una sola voce “Allah akbhar”
La musica di sottofondo erano solo colpi di mortaio conditi con urla e morte. Lì è cresciuto per tre anni dentro la rabbia e l’odio per gli infedeli occidentali.

Lo guardo.  
Sulla sua faccina di pupetto corrono solo smorfie e rughe da vecchio….così adesso che è dovuto tornare con sua madre a casa, in Svezia, in una terra che non riconosce come sua, pare un dannato senza nessuna speranza.
Nicolas è uno dei 5.000 europei, uomini, donne e bambini che hanno lasciato i loro paesi per combattere dal 2012 la causa dello stato islamico in Siria. Gente che ha vissuto tutti questi anni respirando guerra e morte osservando i comandamenti forsennati dell’Isis. Come Nicolas, molti bambini cresciuti dentro l’orrore, hanno creduto che decapitare un uomo o una donna che disubbidiva alla legge  del califfato fosse giusto. Come a lui i terroristi hanno insegnato ad molti altri bambini che la tortura e il male sono necessari contro chi pratica altre religioni o fedi diverse e perverse.


immagine tratta da un video diffuso dall'Isis sui social media, in cui 5 bambini giustiziano dei prigionieri.


Ma oggi chi penserà a questi poverini trascinati nel buio da genitori irresponsabili e fanatici? Il dramma dei bambini cresciuti in Siria o in Iraq sotto l’amministrazione dello stato islamico diventerà sempre più grande. 
Raqqa e Mosul sono state liberate (anche se so che ci vorrà lungo tempo per estirpare il veleno del califfato da quelle terre) dunque i foreign fighters che avevano lasciato l’Europa possono o devono tornare ai loro paesi, ma questi figli che per anni sono cresciuti dentro il terrore dei pazzi di Allah sono oggi reietti come i loro genitori. 

Pensate a quei piccoli che sono nati guardando solo guerra e violenza! Bambini  che entrano nel mondo senza un'identità. Lo stato islamico rilasciava certificati di nascita ai loro genitori ma ovviamente i nostri paesi non li riconoscono. 
A scuola hanno imparato solo leggi coraniche. Per quelli più piccoli sui quaderni corrono nelle stesse pagine arance e mele insieme a carri armati e coltelli. 

Oggi passano le frontiere con i genitori spesso di nazionalità diverse. Quando arrivano dentro consolati e ambasciate nessuno pensa a loro. Vengono trattati, lo so, come oggetti scomodi. Ogni bambino nato in Siria o Iraq ha bisogno di essere confermato perfino come essere umano. Spesso attraverso il test del dna. Troppi fra di loro finiranno in custodia a chi sa chi perché i loro genitori verranno arrestati... il rischio è che molti fra i cittadini europei rifiuteranno di aiutare questi innocenti allattati al terrore e oggi stravolti, persi, senza famiglie, né comprensione.
io no.  

Stella Pende

martedì 6 giugno 2017

L'Isis diventa europea

In uno degli ultimi video di propaganda dell'Isis si riconoscono icone e monumenti delle maggiori città Europee, come Londra e Parigi.



I terroristi dell’Isis hanno evidentemente spostato in maniera carsica il loro terreno di operazioni in Europa. Prima hanno caricato sulla Francia, con gli attentati di Parigi e di Nizza, adesso che i francesi hanno forzato l’allerta massima e indurito le leggi, il focus si sposta sull’Inghilterra. 
Londra ha paura. 

Il fatto che mi ha più colpito dopo questo attentato è stata la richiesta di aiuto alla gente del governo. A quelli che hanno visto di più ma anche a quei temerari o fessi che, sfidando ogni panico, hanno ripreso coi loro cellulari, ormai avvezzi a qualunque crimine, le gesta assassine di quei maledetti bugiardi. Perché vogliono farci credere di fare un regalo ad Allah pugnalando e investendo poveretti che  non hanno difesa. 

Alcune donne appartenenti alla comunità islamica di Londra manifestano con dei cartelli che esprimono condoglianze e sostegno alle vittime dell'attacco terroristico di London Bridge a Londra del 3 Giugno. da Panorama.it


La May ha detto: chiunque sia in possesso di immagini o di notizie si rivolga a noi. Alcuni professori di terrorismo la vedono come una resa, una dichiarazione di debolezza estrema non necessaria. Anzi pericolosa. Altri applaudono a questa donna (un uomo lo avrebbe mai fatto??) che vuole coinvolgere il suo popolo in questa guerra contro il male e che non si vergogna di chiedere aiuto. 
Io sono tra gli ultimi. 

Quello che non ho capito invece è stata la sua mossa subito dopo l’attentato di Manchester. Abbassare l’allerta e dunque i controlli. Forse un modo per non fare affogare gli inglesi nella paura proprio davanti alle elezioni. Forse un terribile errore di strategia. 
Ciò che mi sento di dire è che, oggi più che mai, sono orgogliosa di come il nostro ministro dell’interno Minniti (facciamo i dovuti scongiuri, ma non si può sempre pensare al peggio scoraggiando la verità) si dimostra  sempre  di più regista straordinario di operazioni giuste, mirate e lungimiranti. Di come le nostre forze di polizia e i nostri servizi segreti siano capaci di continua e infrangibile collaborazione. 
Di come, per una volta, possiamo essere fieri di questa nostra terra. 
Davvero.

Stella Pende