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lunedì 4 dicembre 2023

Un dramma serializzato

Disegno di Giulia Cecchettin


Laudato sia il coraggioso Michele Serra che, primo e solo, ha finalmente spiegato quanto tv, giornali, piccoli e grandi, radio e social, abbiano trasformato il dramma di Giulia, ormai è inutile citarne il cognome, in una specie di serie horror. 

Dettagli raccapriccianti cronometrati al millimetro, coltellate declinate nei tempi dell’uccisione, squarci nella testa e tagli sul corpo di quella povera ragazzina/bambina. 

E poi, osanna, pagine e pagine dedicate all’interrogatorio del Turetta che avrebbe confessato, una vera novità in fatto di femminicidio, Giulia non poteva essere di altri, ma solo mia… 

Una domenica, quella appena trascorsa, che ha visto bar affollati dove pensionati e non, discutevano sul bene dell’ergastolo o se invece la furia di Filippo fosse guidata da raptus di follia.

Infine 5 mila persone attese per il funerale di quella studentessa che mai avrebbe pensato di diventare famosa per aver perduto la giovinezza e la vita. 

Quando finirà? Col funerale Giulia potrà finalmente meritare la pace che meritano gli angeli? 

Chissà…



Stella Pende

venerdì 1 dicembre 2023

Confessione Reporter è: la violenza gratuita dei giovani



Quella di domani sera sarà una puntata di Confessione Reporter molto forte.

Ci chiedono perché ci occupiamo in genere di drammi, di violenza, di emergenze….io vi chiedo come si fa a non occuparsi di violenza in questo tempo in cui una donna viene uccisa ogni due giorni? 

Come si fa a non raccontarvi che, non raramente, a ragazzi e addirittura i bambini di oggi escono la sera col coltello in tasca? 

Come si fa a non raccontare di un signore che mentre cammina tranquillo viene riempito di botte senza motivo da un ragazzo?

Come si fa, se famiglie e genitori scoprono solo davanti al sangue che i propri figli sono capaci di ammazzare? 

Vi aspetto domani in seconda serata su Rete 4.


Stella Pende




sabato 10 dicembre 2022

Confessione Reporter è: il dolore e il coraggio del popolo iraniano

stopframe animazione Confessione Reporter donna iraniana che protesta tagliandosi i capelli



Due giorni fa hanno impiccato Mosen Shekari. Aveva fermato una strada durante una manifestazione e ferito un Pasdaran. Almeno undici fra i ragazzi arrestati aspettano nella sala della morte.

È un bagno di sangue. E il mondo tace.

Qualche manifestazione, qualche appello... Noi non potevamo tacere e Sabato 10 Dicembre dedichiamo una puntata al dolore dell’Iran e al coraggio del suo popolo.

Vi aspetto in seconda serata su Rete4 con ConfessioneReporter.



Stella Pende




sabato 3 dicembre 2022

Confessione Reporter è: preti pedofili

Confessione Reporter è: preti pedofili



In questa nuova puntata di Confessione Reporter affrontiamo un dramma di cui si è parlato molto sui giornali e tv: la pedofilia nel mondo dei religiosi.

Abbiamo raccontato di preti sposati, di figli di preti, ma l'idea che un religioso, chiunque esso sia, possa approfittare dell'innocenza del bambino, del ragazzino che gli si affida... no quello no!

Poi ho saputo di un ragazzino che dagli undici ai quindici anni ha subito inerme la violenza di un prete. Un ragazzo che ci ha confessato la sua disperata solitudine, l'omerta' della chiesa che lo isolava, il dolore che gli ha schiantato il cuore.

e allora abbiamo deciso di entrare nel tunnel…  

Perché la pedofilia è un veleno terribile che da secoli si insinua nelle parrocchie, nei seminari, un peccato mortale invisibile e nascosto troppo spesso dalle tuniche rosse di certi vescovi e prelati che hanno permesso a questi diavoli santi di continuare a delinquere.

Vi aspetto sabato 3 Dicembre in seconda serata su Rete 4.


Stella Pende

sabato 28 maggio 2022

Confessione Reporter: uomini che subiscono violenza

Ed eccoci alla puntata più scomoda... quella che ci ha fatto pensare, interrogare, dubitare di più…tre mesi fa avevo incontrato in un ospedale un ragazzo dalla faccia stracciata. Si stracciata, gonfio, con la pelle rattoppata. Gli ho chiesto che gli era successo: 
È stata una donna.
Un
a stalker che non accettava l’abbandono.
Notte bianca... ma allora il copione può essere girato al contrario?
Ma allora anche gli uomini possono subire violenza?

Ho cominciato ad interrogarmi sulla questione, ma poi mi son detta: no, lasciamo stare. In un paese che vede ogni giorno l’orrore di una donna uccisa non si può parlare di violenza sui maschi!
Ma io credo fermamente che la verità alla fine ti scova.

Mi contatta una psichiatra di San Benedetto del Tronto che avevamo sentito per uno dei reportage sui figli del femminicidio "Stella, guarda che tra gli altri stiamo accogliendo anche casi dove sono gli uomini a subire violenze psicologiche e materiali" 
A quel punto questa realtà nascosta mi incuriosisce, mi interessa.

Prego la nostra Giulia Pezzolesi di andare a San Benedetto e di cercare di capire... e abbiamo capito. I maltrattamenti, le violenze esistono anche per loro. E quando accadono e cercano aiuto, ribadisco in un paese dove una moglie, una fidanzata, un ex compagna al giorno viene uccida spietatamente, gli uomini non sono sempre ascoltati e soccorsi. Soprattutto non sono creduti.

E allora siamo volute andare a fondo, abbiamo indagato, trovato voci e storie... sappiamo che questa è una verità scomoda e dolorosa, ma facciamo i giornalisti. 

Nel secondo blocco della puntata troverete invece la risposta alla domanda: che cosa passa nella testa di un uomo che sta per ammazzare brutalmente una donna amata? Quale furore, quale rabbia, quale forsennata violenza governa i suoi gesti? Molte sono le voci dei maschi che la violenza l’hanno frequentata troppo.

Vi aspetto sabato 28 Maggio in seconda serata su Rete 4.


Stella Pende

sabato 27 novembre 2021

Dov è sparita Peng Shuai dopo la denuncia di molestie subite?

La campionessa femminile cinese Peng Shuai



Dov'è finita Peng Shuai, la più forte fra le tenniste cinesi dopo aver denunciato violenze sessuali da parte del potentissimo boiardo di governo Zhang Gaoli? 

Dal giorno in cui l’atleta ha fatto esplodere la bomba in rete infatti di lei non si sa davvero cosa sia accaduto... mai più affrontato un match, mai più una parola... tranne un'ambiguissima email con foto spuntata dal nulla dove lei rassicurebbe i suoi fan:

“sto bene…ho bisogno di stare da sola” 

È incredibile come i cinesi si concedano il lusso di prendere in giro il mondo intero, perché sanno che il mondo intero ha bisogno di loro! Continuano ad ammazzare colpevoli di truffa allo stato o di spionaggio, continuano a far lavorare segretamente bambini dentro cantine o garage, e, a quanto pare, continuano ad azzittire, o a far sparire, le donne coraggiose che hanno avuto la forza di denunciare una violenza subita da un loro governante.

In America il violentatore sarebbe già preda del tribunale dei media e obbligato a discoplarsi davanti ai giudici. La cina ha regole e reazioni diverse. La storia di Peng è lo specchio della condizione femminile in quella che oggi è di fatto la seconda superpotenza del mondo. Ma è anche un esame di come e quando l’occidente voglia chieder conto a quella nazione sul rispetto dei diritti umani e cioè zero. Ma l’Europa, l'America e altre paiono aver dimenticato, e anche noi, il coraggio di Peng. 

il chairman e ceo della Wta -associazione di tennis femminile- Steve Simon ha ribadito alla CNN che se non si avranno vere e nuove apparizioni della campionessa della racchetta lui farà annullare tutti gli incontri di tennis stabiliti con la Cina nel 2022. Roba da centinaia di milioni di dollari.

A Steve il nostro applauso più sentito, a Peng la nostra speranza, al governo cinese...


Stella Pende

mercoledì 30 dicembre 2020

Poche righe. A chi importa della violenza sui diritti umani?

Ruhollah Zam, Patrik Zaky, Zhag Zhan, Giulio Regeni



Poche righe. Righe  distratte. Ultime pagine. 
Cosi si comportano in massima parte giornali e televisioni italiane davanti alle violazioni potenti dei diritti umani che, complice il Covid, passano in questi mesi in sordina. Violazioni e violenze che, guarda caso, riguardano sempre e comunque gli attori coraggiosi di ONG, di associazioni, di gruppi che, contro i governi dittatoriali, appoggiano i bisogni, le sofferenze e l’ingiustizia subita dai fragili del mondo. 

Poche righe per raccontare la prigionia di Zhag Zhan, giovane blogger e avvocata, condannata a 4 anni di carcere. 
Nel gennaio 2019 Zhag è stata la prima ad atterrare a Whan per “documentare” gli strani casi di polmonite che uccidevano gli abitanti della città. Per settimane l’attivista ha raccolto le voci di quei poveretti, dei signori delle pompe funebri, di medici e infermiere e infine quelle dei virologi per diffonderle su YouTube. Le sue inchieste hanno aiutato i cinesi a scoprire una crisi inedita e terribile molto lontana dall’allora narrativa ufficiale. Dalle sue righe affiorava una non velata critica al governo che avrebbe dato poca importanza alla pandemia, che aveva avvisato i suoi cittadini con molto ritardo... Cercava la verità Zhag e aveva raccontato che la tragedia del suo paese era quella di aver subito una reazione di minaccia e di intimidazione da parte dei suoi governanti. Una ricerca del vero che le è costata la devastazione. È arrivata in aula in sedia a rotelle, pallida, sconvolta e il suo avvocato si è appellato al Consiglio ONU per i diritti umani. 
Da domani nessuno parlerà più di lei.

Brandelli di righe per dire che Theran e i suoi aguzzini I'hanno attaccato a una corda, cioè impiccato, il giornalista dissidente Ruhollah Zam. Il suo blog Amad News era seguito da oltre 1,4 milioni di persone. Perché? Perché circa tre anni fa il portale aveva dato voce alle numerose proteste e manifestazioni esplose contro il carovita a Mashad... Zam dettava ore, luoghi e tempi di ogni manifestazione, diventata un urlo di denuncia contro il regime infrangibile e feroce degli ayatollah. Per questo peccato, a quanto pare mortale, il nostro collega è stato giustiziato dal boia. Prima di ciò è stato, naturalmente,  torturato e obbligato ad apparire alla televisione nazionale confessando il suo pentimento per aver tramato contro i signori di Theran. La cattura di Zam è ancora nebbiosa. Dopo essersi nascosto a Parigi e aver continuato a pubblicare notizie e scandali nel suo paese, Ruhollah viene arrestato in Iraq dove lo attendeva, pare, una trappola...

E ancora e ancora... a poche settimane da questo orrendo crimine, assistiamo alla lunga, e di certo ingiusta odissea di Patrik Zaky, attivista e ricercatore dell’università di Bologna arrestato  il 7 febbraio scorso e ancora oggi blindato in una cella egiziana. La sua colpa? Quella di aver diffuso false informazioni, ma soprattutto di aver promosso proteste e manifestazioni non autorizzate. 
Stessa accusa. Stesso copione. 
Usati, come fotocopie di killer consumati, dai preti barbuti iraniani come dal presidente egiziano Al Sisi che, non contento di aver fatto torturare e ammazzare Giulio Reggeni, continua a violare il diritto di difesa di ogni cittadino. La ragione è semplice. Al Sisi sa che i governi europei, democratici e garantisti, non compiranno mai vere e definitive azioni di ribellione nei suoi confronti. Al proposito ricordo che i giudici di Roma hanno appena dimostrato la colpevolezza (due testimoni lo hanno provato) dei militari egiziani nell’assassinio di Giulio, ma l’Italia non ha ancora fatto ciò che un governo ferito a morte doveva fare: ritirare l’ambasciatore italiano dal Cairo. 
La spiegazione di tale comportamento non verrà mai svelata. 
E se accadrà saranno ancora una volta poche righe.


Stella Pende


martedì 24 novembre 2020

Confessione Reporter torna da mercoledì 25 Novembre su Rete 4


Per 4 mercoledì a partire dal 25 Novembre torna in seconda serata su Rete4 Confessione Reporter.

Coerentemente con quelle precedenti, anche questa nuova serie sarà dedicata al dolore dei più fragili, degli invisibili, di chi ha subito nel silenzio grandi violenze


Primo appuntamento Mercoledì 25 Novembre con la violenza sulle suore


Cosa c’entrano le suore con la fragilità e la sofferenza? 
Molto! 
Intendiamoci: le suore, il cuore pulsante della chiesa, possono avere vite piene, come quelle delle missionarie, delle suore di clausura, ed io non mancherò di raccontarvele. Prima di tutto però voglio parlarvi della sofferenza che purtroppo affligge molte di loro. 

Molte, troppe suore vivono in condizioni di inferiorità, sono sfruttate per i mestieri più duri, isolate, umiliate… e come se non bastasse le suore sono state e sono ancora vittime di orrende violenze sessuali. Una verità che è stata sempre negata e nascosta. 
Era affiorata, a dir la verità, tre anni fa durante un summit speciale in vaticano voluto da Francesco, che per le suore in difficoltà ha fortemente voluto una casa e un rifugio segreto, ma il vero scandalo è letteralmente esploso quando finalmente le vittime hanno parlato. 

Una dopo l’altra, vinta la paura e il silenzio, hanno raccontato in dettagli raccapriccianti anni di stupri commessi quasi sempre da chi dovrebbe difenderle di più: i preti. 

Voglio iniziare a raccontarvi questa storia da un viaggio in Francia, dove è nato un vero movimento delle religiose abusate…

Seguimi mercoledì in seconda serata su Rete4, ti aspetto.


Stella Pende



 

mercoledì 10 giugno 2020

La piccola Zohra, torturata e uccisa per aver liberato due pappagallini

Dettaglio di un'illustrazione di Elisa MacDonald, che non rappresenta la piccola Zohra Shah



Il mostro Covid, l’ho già detto, ha ingoiato ogni mostruosità.
Non c'è notizia, fatto, orrore che possa guadagnarsi due righe sui giornali, due parole dentro radio e tv, che possa usurpare o togliere la vetrina al virus maledetto.

Anche la fine feroce di Zohra, bambina pakistana di sette anni torturata con un rasoio, e con vari oggetti appuntiti fino alla morte, per aver dato la libertà a due uccellini in gabbia. 
Si, ho intravisto proprio due righe, forzando naturalmente la mano sulle torture, perché ormai siamo affamati di sangue, non ci placa più alcuna bruttura, non bastano più le urla, i morti affogati, la fame degli altri.
Siamo assuefatti a qualunque violenza. Indifferenti davanti allo stupro dell’innocenza e dell’infanzia. Attenti e fatalmente commossi soltanto dalla “nostra” stessa paura, dal “nostro” pericolo” dalla possibilità, oddio, di vedere alleggerite le “nostre” tasche.

“Ma si sa che in quei paesi trattano cosi le donne, piccole e grandi” mi ha detto al proposito un grande filosofo nostrano liquidando cosi la morte orrenda di quella piccolina che ha voluto dare a due pappagallini, quella libertà che a lei sarebbe stata negata per sempre. 

Ma ciò che mi ha colpito è un numero che davvero pochi, sempre gli stessi (quei colleghi buonisti e filo negri come li chiamano) hanno sottolineato. E cioè che fra gli 8,5 milioni di domestici, cioè di schiavi, in Pakistan il 39% sono bambine dai 7 ai 13 anni. 
Ma come è possibile tale orridezza? Perché possiamo vivere in un mondo dove creature indifese, vendute, violentate magari dai loro stessi genitori, vengano torturate nel silenzio?

Perché l’Europa e il mondo intero non è capace di dire basta!
Perché nel 2020 dobbiamo ancora sopportare che nei villaggi dell’India le bambine prive di servizi igienici, che aspettano la notte per fare i loro bisogni, vengano aggredite da bestie umane maschili, che le picchiano e le violentano. E alla fine delle loro orge barbariche  appendono i loro corpi leggeri e puri agli alberi come trofei di caccia.
Perché in Africa, in India, sempre la stessa India così fantasticamente tecnologica e spirituale, ragazzine di 13 anni sono obbligate a sposare vecchi di 50 anni che pagano le famiglie per quel furto ignobile e se rifiutano le aspettano sotto casa per sfigurarle? 

Diciamo basta! 

Se i governi di quei paesi non puniscono con leggi radicali e vere, lunghe e severe, che ne paghino le conseguenze, economiche, sociali e politiche. Queste atrocità devono essere in prima linea nelle agende dei premier europei in visita in questi paesi colpevoli di non punire davvero killer feroci che scontano, lo sappiamo bene, solo pochi mesi, solo pochi anni di prigione.
Oggi se uccidono barbaramente un povero nero si rivolta giustamente il mondo… perché non accade la stessa cosa per una povera bambina schiava ridotta a uno straccio di sangue come Zohra?


Stella Pende

martedì 12 maggio 2020

Il Covid non ci ha insegnato niente

Silvia Romano abbraccia il padre al rientro in Italia
Silvia Romano abbraccia il padre al rientro in Italia - crediti immagine Il Post




Sgomento. 
Una ragazza sequestrata e ostaggio di pericolosi terroristi, una giovanetta affondata dentro tuguri e grotte africane per più di un anno e mezzo...

Si, proprio Silvia Romano, due giorni fa, per miracolo, torna  libera. Atterra a Ciampino e  inaspettatamente , scende dall’aereo sorridente (avrebbe dovuto forse tatuarsi in viso lividi e sangue?) ma, attenzione, è avvolta da un abito tradizionale somalo, Oddio sì, da veli musulmani. Va verso il gruppo che l’attende, arrivata non dedica troppa attenzione al Presidente del consiglio ne al ministro degli esteri (ma col Covid gli abbracci non sono un reato?). C’è un dettaglio, a pochi metri dagli uomini della politica ci sono sua madre e sua sorella. C’è suo padre. Una famiglia amata e straziata, che non vede da più di un anno e mezzo. Una famiglia che, eroica, ha saputo mantenere un doloroso silenzio, che ha aspettato per proteggere la vita della loro figlia. Silvia abbraccia la sua mamma per un tempo che sembra infinito, come i giorni senza speranza che ha passato al buio in Somalia, poi stringe sua sorella. Suo padre si inchina davanti a lei, per darle l’onore delle armi. Per dirle che è stata coraggiosa e intelligente e forte. È circondata da fotografi e cameramen: un palcoscenico dovuto al successo del governo italiano. Per questo si lascia fotografare con gli uomini delle istituzioni, sorride, non lacrima, non vuole vetrine per la sua tragedia. 

Adesso è libera. 
Starà finalmente con i suoi amati, mangerà una pizza, confesserà a sua madre  la sua verità,  le paure e il pianto. Bene i media più nobili, il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e altri raccontano la sua storia e sottolineano, giustamente, il cambiamento  della ragazza. Parlano del mistero che avvolge la sua conversione... Ma quali sono le reazioni degli italiani brava gente e cuore di mamma? Quali sono i titoli di troppi giornali, e le fesserie ignoranti che riempiono Facebook e Instagram e Messenger? 
Eccole: ma non vedete che era felice? Ora è tutto spiegato: quella ragazzina incosciente che è andata a buttarsi nella foresta, perché ormai le ONG sono un gadget di moda fra i ragazzi, ha finito per innamorarsi dei suoi rapitori e chissà quante cose avrebbe da raccontare al proposito. Altrimenti perché si sarebbe convertita all’Islam? Proprio alla religione di quegli schifosi terroristi? Poi scusate, è evidente che è incinta, non avete visto come si toccava la pancia? Ma che cazzo abbiamo pagato noi italiani in piena crisi tanti milioni per una stronzetta di quella specie? E via dicendo...

Ma allora soffrire quello che abbiamo sofferto, accettare umiliati gli attacchi del mondo che ci condannava come untori, attraversare in silenzio la tragedia di perdere, senza la consolazione di una carezza, nonni e padri non è proprio servito a niente? Non ci ha insegnato questa discesa agli inferi per capire che una ragazzina di 25 anni, disperata e sola, che si è trovata improvvisamente preda di un gruppo di pericolosi jihadisti, può aver pensato che la salvezza era proprio nell’entrare dentro il loro mondo, convertendosi infine alla sua religione? 

Gli al Shabaab, sono terroristi molto più ideologici di Daesh. Con strategie di consenso schizofreniche: aiutano i poveri, proteggono gli ultimi e dunque molti nei villaggi affamati li difendono e ne hanno bisogno. Nello stesso tempo, come l’ultima volta, fanno esplodere bombe a Mogadiscio che ammazzano 80 cittadini innocenti, attaccano ferocemente la sede di UNHCR, oppure le basi americane degli aeroporti, come quello di Baledogle. E contemporaneamente, a quella base, fanno saltare in aria un mezzo di militari italiani. Insomma attaccano quasi sempre un Nemico eccellente dell’Islam, o un loro complice, cioè un “assassino” del popolo musulmano. Si spacciano, a loro modo, per dei giustizieri di Allah… ma, ribadisco, godono della complicità di gente umile. 

Forse Silvia, in questa sua infinita e terrificante Odissea, ha incontrato qualcuno che, pur carcerandola, ha avuto pietà di lei. Che l’ha accudita offrendole il Corano come lettura e come insegnamento. L’Islam vero, autentico, non smetterò mai di ricordarlo, non è terrorismo. Forse quest’uomo o questa donna, chissà, avevano figli della stessa età e ha cercato di consolare la sua paura. Mi pare già di leggere il disappunto di coloro che mi accuseranno di buonismo. C’è una differenza tra voi e me: io in Somalia ci sono stata più volte. Ho lavorato proprio a Mogadiscio sul terrorismo: ho toccato la tragedia di un popolo minato dalla paura, ho incontrato gli occhi delle vittime di attentati e quelli straziati dei loro familiari... Nessuno pretende di offrire e di aprire la porta della verità. Non sapremo mai la verità vera. Oppure ne scopriremo i brandelli nel prossimo libro di Silvia, figlio del suo diario. 
Se poi quella ragazza si sia legata a un somalo, se aspettasse un figlio, possibilità che mi pare lontana, chi può giudicarla? Quelli che vanno in Kenya a cercare sesso sottopagato dalle ragazze africane di 18 anni che non hanno scelta? Quelli di noi, parecchi, i cui figli, privilegiati, hanno trascorso la quarantena nelle loro case incorniciate dalle Dolomiti azzurre  o nelle campagne incantate della Toscana? O forse anche voi, padri e madri, che siete oggi in cassa integrazione, in preda alla disperazione di perdere la sicurezza della vita, voi che però avete fatto sacrifici eroici affinché i vostri ragazzi studiassero bene per avere un futuro... come possiamo noi, che abbiamo sventagliato il nostro orgoglio di essere italiani con il tricolore alla finestra, giudicare oggi, umiliare, infangare una ragazzina di 25 anni, sequestrata, spaventata, forse torturata riuscendo a dormire in queste notti? 

Stella Pende

lunedì 30 settembre 2019

Se sono cinesi non importa

Scontri tra polizia e manifestanti a Hong Kong


Si parla tanto delle meravigliose manifestazioni dei ragazzi verdi! 
C’ero anche io l’altro ieri insieme a queste facce di bambine e bambini, ho visto tanti piccoli in carrozzella con le loro mamme, e spero che visto che il mondo è ormai sottosopra, davvero gli adolescenti del pianeta possano fare di più di quello che non abbiamo fatto noi. 

Voglio ricordare pero’ che il 19 settembre Amnesty International ha parlato di una sua indagine con notizie terrificanti sulle violenze della polizia sui manifestanti di Hong Kong. 
"Prove di tortura e molti violenti abusi prima e durante la detenzione, anche contro poveretti che non opponevano alcuna resistenza”

Che ormai alla Cina venga perdonato tutto (dal mangiare i cani alle torture) i nome della supremazia economica, lo sappiamo tutti. Ma che i media italiani non abbiano sprecato una riga su quest’ennesima dissacrazione della costituzione gialla, mi fa davvero arrabbiare. 
Tanto noi italiani siamo pronti a parlare e ad eccitarci sui forestieri fenomeni della moda, di quelli della cucina, della salute, del cinema…tanto non ce ne importa un ben amato nulla delle violazioni ai diritti dell’uomo. Se questi diritti varcano le alpi. 
Peccato!


Stella Pende

domenica 8 settembre 2019

Calci a un bambino: era immigrato

bambino africano di spalle


Ieri è stato trovato il nome e “la faccia” dell’uomo (può il signore chiamarsi tale?) che ha preso a calci un bambino di tre anni che aveva compiuto il crimine di accostarsi alla carrozzina del loro figlioletto. Il problema dell’Italia è l’immigrazione o la ferocia della stupidità?

Qui la notizia in un articolo di Fanpage.it



Stella Pende

lunedì 27 maggio 2019

Le prigioni del Sahel, di Padre Armanino

missionario con bambino africano
Come d’abitudine, ho dato il mio voto al coraggio di Emma Bonino. 

Emma, non lo so ancora, deve raggiungere il 4%…ma anche se non ce la farà resta una delle politiche e delle donne più straordinarie. Tutto il mondo ce la invidia.

Per ricordare lei e una delle battaglie che i radicali  non hanno mai abbandonato, la sorte e la civiltà delle carceri, vi propongo questo articolo di Mauro Armanino. Grande missionario in Niger. Grande giornalista.


Stella Pende




Le prigioni del Sahel

Per visitare i detenuti di Marassi a Genova i cancelli telecomandati da varcare erano sette. A Kollo, prigione a una trentina di kilometri da Niamey, le porte da passare sono appena tre. Una recinzione metallica, abbellita da un’artistica porta di ferro appena pitturata, annuncia il primo controllo dell’identità del visitatore.  Segue poi un cortile di sabbia che conduce all’ingresso della prigione. Il secondo controllo è più accurato da quando, tra i detenuti, ci sono centinaia di sospetti militanti o simpatizzanti di Boko Haram da anni in attesa di giudizio. E più ancora da quando la prigione di massima sicurezza di Koutoukalé è stata attaccata da presunti salafisti che volevano liberare alcuni compagni ivi detenuti. Si raggiungono e  passano, infine, le due ultime porte che permettono l’accesso al piccolo cortile interno di forma rettangolare. In alto, per la ronda delle guardie, appare un muretto e uno scampolo di filo spinato arrotolato, sul quale si posa il cielo.  
Ma qui e nello spazio del Sahel le peggiori prigioni sono altre. Per esempio quella della violenza disarmata di cui l’ingiustizia costituisce la fonte di approvvigionamento principale. Proprio l’ingiustizia, trasformata in fenomeno naturale o culturale, è alla radice dell’esclusione sociale della maggior parte dei cittadini del Paese. Chi non ha (denaro, beni e dunque potere) non è nessuno e la sparizione forzata di persone nel Sahel rende visibile quanto la società stava già producendo. La presa in ostaggio dell’educazione statale come luogo di trasmissione creativa e critica del sapere in funzione del bene comune data ormai da alcuni lustri. Il sistema sanitario esprime la stessa radicale selettività: solo chi ha soldi in quantità sufficiente può sperare di essere accolto, visitato e accudito. Ma è il rapimento del futuro alle nuove generazioni a costituire il peggiore reato di cui dovranno rendere conto gli amministratori della politica. Un crimine reso finora impunito. 
Invece è la violenza armata quanto, non da oggi, diventa la più visibile, assumendo abusivamente il monopolio della violenza. Quest’ultima costituisce una prigione reale per migliaia di persone. Prima di tutto per quanti continuano a perpetrare atti di morte e di terrore. Prigionieri incatenati ad una logica basata sul tradimento del fattore umano che accomuna gli abitanti di questo strano pianeta chiamato terra, casa comune per tante generazioni. E poi la prigione delle vittime, costrette a fuggire per salvarsi o occupati a seppellire i morti. Centinaia di migliaia, milioni di esserei umani costretti ad abbandonare le case, i campi e la speranza di una vita differente. Una prigione mentale e ideologica che vede nelle armi sempre più sofisticate e  soldati sempre meglio equipaggiati e preparati la chiave della vittoria finale. La prigione del pan-militarismo del Sahel è una trappola a forma di carcere nella quale siamo da tempo caduti. 
La prigione della paura è quella che, tra tutte, appare come la più subdola e pericolosa. Si è andata formando col tempo e le traversie post e neo coloniali. Una sorta di contagio che ha infettato gli intellettuali, i militanti più agguerriti, i partiti di opposizione, i sindacati e buona parte della società civile. Si è andata affermando l’autocensura del pensiero, della parola e infine dell’azione. Pochi i mezzi di comunicazione che sono passati indenni da questa triste malattia che ha espunto la verità dal proprio bagaglio di viaggio. Le complicità autoctone si sono viste confermate da strategie esteriori che sotto la minaccia economica e finanziaria hanno debellato ogni velleità di autonomia politica. Financo la religione, manipolata ad uso e abuso del potere, si è lasciata imbavagliare. Per codardia e interesse, ha venduto l’assoluto del messagio della misericordia divina che umanizza, per la stabile tranquillità di chi è al potere.  
Nel carcere di Kollo un detenuto oggi era contento perchè, dopo 15 anni, ha per la prima volta ricevuto la visita di un cugino.

Mauro Armanino, Niamey, maggio 2019 





martedì 26 marzo 2019

Libia, carcere assassino di figli come i nostri



Ed eccoci alla puntata che racconta il mio viaggio in Niger.

Viaggio di pochi mesi fa, ma purtroppo sempre e comunque attuale.
In Niger siamo stati i primi ad incontrare ragazzi, ragazze, praticamente bambini, che arrivavano dalle carceri assassine della Libia. Molti dopo di noi hanno raccontato le loro torture e gli orrori.
Ma pochi hanno trovato voci che testimoniano così terribilmente le sofferenze che questi giovani che affrontano viaggi di anni per conquistarsi negli altri mondi (Italia, Germania, Francia) un pezzo di vita COME TUTTI GLI ALTRI RAGAZZI DELLA TERRA BUONA, come dicono loro...

Questi adolescenti arrivano in Niger dove li accolgono i meravigliosi amici dell’UNHCR che li curano, li assistono con psicologi e medici e poi li mandano finalmente nelle città d’Europa dove troveranno familiari e amici.

Ma i segni e i tatuaggi di dolore che questi ragazzi hanno sulla pelle e nell’anima non andranno mai via.

Alcuni di loro, li ho visti con i mie occhi, non hanno più la lingua (gliela tagliano perché non possano raccontare i patimenti e le torture subite, feriti, la pelle fitta di bruciature e di cicatrici).

“I nostri occhi non vedono più, aiutateci” mia ha detto Tunda, 17 anni.  Le ragazze infatti sono tenute mesi e mesi al buio perché chi entra nelle loro carceri per stuprarle non deve essere riconosciuti. I bambini che sono con loro vedono e assistono alle violenze snaturate della madre. Ma c’è qualcosa che tiene vivi questi figli coraggiosi: la speranza che i loro racconti, le loro storie dolorose, i loro appelli possano servire agli amici, ai fratelli, alle sorelle che sono rimasti prigionieri dei boia libici.
È la ragione che ci ha spinto a girare, anche in condizioni di pericolo e di disagio, questo reportage. Accendere una luce sulle povere urla di aiuto che arrivano dall’altra parte del Mediterraneo. Guardateci stasera e, con noi, non potrete dimenticare.



Stella Pende

mercoledì 20 febbraio 2019

Il pakistan talebano assolve l'assassino di una figlia

Sana Cheema


In Pakistan Sana Cheema, figlia di 25 anni, dagli occhi carboni e il sorriso leale è stata uccisa nell'Aprile scorso da 11 soggetti umani (non si può chiamarli uomini) della sua famiglia. 

Suo padre Mustafà lo ha confessato al poliziotto incaricato dell’indagine, il quale è stato prontamente trasferito e affondato in qualche ufficietto di villaggio sperduto. Tutto per aver osato esibire una prova della colpevolezza del padre e di seguito di tutta la famiglia. 

La ragazza viveva a Brescia, in Italia, e avrebbe voluto sposare un italiano di cui si era innamorata. Ma Sana era stata promessa dalla famigliola a un altro signore. Dopo averla convinta a rientrare in patria il genitore, con l’aiuto dei maschi della famiglia, l’ha strangolata perché Sana si ostinava a negare il matrimonio combinato. 

Igiudici hanno assolto tutti gli imputati per mancanza di prove vere. 

“Se è questa la giustizia islamica meglio prepararsi” 
ha detto Salvini. 
Chi avrebbe mai detto che ci saremmo trovati nell’occasione di essere d’accordo con lui? 


Stella Pende

lunedì 11 febbraio 2019

Uccise dalla femminilità



Era una ragazza nepalese di 21 anni. Giovane e sottile come una gazzella.
Si chiamava Parwati Bogati.
Adesso nessuno la  chiama più.

È morta soffocata nell’incendio della capanna dove la famiglia, e forse il fidanzato, la costringevano a vivere almeno sei giorni al mese. Perché Parwati aveva le mestruazioni.
Era impura. sporca. Intoccabile.

Si, oggi nel 2019 la "chhaupadi”, l’usanza barbarica di allontanare come impestate le donne che hanno le mestruazioni, o che hanno appena partorito, è ancora in voga. Una pratica indù che è stata proibita dalla legge nepalese solo nel 2017 ma che nelle zone rurali del Nepal e in quelle dell’india è ancora seriamente osservata.

Non importa se centinaia di donne sono morte negli incendi provocati da fuochi accesi per riscaldarsi.
bambine, fanciulle, ma anche madri con figli, sono condannate chissà ancora per quanto a pagare con il disprezzo e con la vita il prezzo di essere nate donne.


Stella Pende

domenica 27 gennaio 2019

Ragazzi imprigionati e torturati nei campi libici

ragazzi imprigionati e torturati in Libia


Ancora e sempre le prove e le foto di adolescenti torturati e incatenati mandate dagli stessi trafficanti killer dai campi di detenzione di Bani Walid. 
Figli che hanno attraversato deserti e terrore x mesi...figli che stanno rinchiusi in quelle che il nostro ministro dell’interno Salvini ha definito Centri sicuri.
Immagini di pistole puntate alla testa, di ragazzine stuprate da guardie carcerarie..di corpi tatuati da lividi e bruciature di plastica sciolta..ultima moda di sevizie inventate dai nostri amici e alleati libici

Vi propongo dunque di riguardarvi la mia puntata di Confessione sulla Libia/ Niger dove ho incontrato questi poveri ragazzi e le loro voci e i loro ricordi...



Stella Pende

venerdì 9 novembre 2018

Confessione Reporter: Niger, i figli della tortura

primo piano di uomo africano prigioniero


Qual’è la vera verità sulla Libia?

Sono andata in Niger, a Niamey, ma anche ad Agadez e nel deserto per dare risposta a questa domanda.

È vero che dopo le nuove leggi partite dal ministro Salvini e dal Governo Pentastellato la questione immigrazione-invasione (così la descrivono i cultori della paura popolare) pare risolta con il blocco delle partenze?

Falso.

Dall’Africa affamata e in guerra chi soffre e non vuole morire continua a partire. E questi poverini (soprattutto adolescenti e giovani donne con figli) continuano ad affrontare odissee terribili. Viaggi che durano anni dove i pochi denari messi da parte dalle famiglie sono estorti da ricattatori  che seviziano le donne e spesso uccidono i giovani. Se, e quando, finalmente arrivano al deserto del Shael gli accompagnatori (passeur), che una volta raggiungevano la terra libica in due giorni con jeep scalcagnate nel deserto, oggi non possono più (il presidente nigerino ha vietato l’immigrazione da tre anni)condurli alle porte della Libia.

Dunque chi vuole raggiungere i confini libici deve affidarsi a uomini senza scrupoli che scelgono strade alternative e pericolosissime. Per questo il deserto pullula di cadaveri, morti di cui nessuno saprà mai il nome.
E poi quando si arriva in Libia l’inferno. Mercenari affamati di denaro sequestrano ragazzi e donne e li buttano dentro magazzini e garage. Buchi neri senza un soffio di luce. Agonie e stupri sulle donne. Tutte. Senza differenza di età. Per avere i soldi dalle famiglie sempre lo stesso copione. L’arma preferita? Il cellulare. Si cominciano torture barbariche sui prigionieri (bastonate, strangolamenti, bruciature con plastica sciolta sul corpo, elettrodi) e i carcerieri fanno ascoltare al telefono le loro urla alle famiglie. 

Molti di loro soccombono. Muoiono. Altri ancora, purtroppo ancora pochi, sopravvivono come avanzi umani e vengono selezionati come soggetti fragili dall’UNHCR, l’unica organizzazione che sta facendo qualcosa per questi disgraziati. Con il  loro progetto di evacuazione dai Centri libici i responsabili dell’ONU portano i più vulnerabili con aerei umanitari in Niger. Da lì verranno mandati in Europa nelle nazioni che si offrono di ospitarli. Dalla Francia all’Olanda, dalla Svezia all’Inghilterra e molte altre . L’Italia, naturalmente, non fa parte di questo gruppo.

Chi di voi vuole ascoltare, per la prima volta senza filtri e senza censure politiche, le grida di aiuto di questi figli africani sopravvissuti alla barbarie non può perdere stasera la puntata intitolata NIGER . 
Confessione Reporter. Rete 4. Seconda serata.

Stella Pende

giovedì 6 settembre 2018

Le carceri della morte in Libia

Immigrati detenuti nelle prigioni libiche


Eccomi appena atterrata dal Niger dove ho lavorato per il mio prossimo reportage di Confessione Reporter. 
Eccomi stremata da un viaggio importante, durissimo ma soprattutto doloroso. 
Permettetemi un briefing per coloro che non conoscono ancora la situazione. 

Il Niger è uno dei paesi più poveri del mondo. Bambini, donne e padri (20 milioni) vivono all’80% con 7 dollari al giorno. Se gli va bene. 
Il Niger non ha sbocchi al mare, ma confina con i paesi (Mali, Burkina Faso, Libia, Algeria, Nigeria e Benin) più caldi dell’Africa. Paesi torturati dal terrorismo, dal traffico di armi e da quello penoso e criminale di esseri umani. 

Il Niger dunque è stato, più che mai in questi anni, una terra di passaggio per molte genti che arrivavano da molte afriche. Popoli sfortunati caduti dentro guerre, fame e impotenza di vivere. 
Poverini, si poverini, che cercano disperatamente di attraversare il deserto per toccare quella terra infiammata da odio e di denaro che è la Libia. E che, nonostante gli echi degli orrori che di quel paese si conoscono, resta ancora nell’immaginario dei disperati il modo più facile per arrivare in Italia. E da li dovunque in Europa. 
Ma la Libia, come solo certi giornali raccontano (primi di tutti L’Avvenire e La Stampa, perché troppi latitano vergognosamente) è diventato un lager universale. 

Gli immigranti arrivati alla frontiera vengono subito rapiti e incarcerati, violentati e torturati da coloro stessi che li hanno accompagnati o aspettati dentro agguati e trappole. Da veri orchi senz’anima. 
La ragione? Sempre e solo il denaro. 

Queste molte atrocità avvengono in quelle che il nostro ministro dell’interno propaganda per luoghi sicuri, aggiungendo che torture e violenze sono solo leggende lunari.
Così per spiegare agli italiani che gli credono e che risponderanno alle mie righe con i brutali insulti d’abitudine, cercherò invece in questi giorni di dirvi delle storie e delle odissee di tanti adolescenti sopravvissuti alle orrende torture e di fanciulle che devono sopportare la vergogna e la pena di aver subito violenze atroci, portando dentro i figli di coloro che le hanno seviziate. Perché io le ho incontrate.  

Vi dirò di ragazzi a cui è stata tagliata la lingua perché non potessero raccontare l’atroce verità del loro calvario. Perché io li ho visti.

Di bambini che hanno convissuto giorni e giorni coi cadaveri delle madri accanto con la vagina sfondata, perché i loro carnefici non si degnavano nemmeno di dar loro degna sepoltura. 
Perché io ho sentito i loro racconti con le mie orecchie. 

Di uomini e donne che hanno bevuto la loro urina e hanno pregato solo di morire presto piuttosto che affrontare altre sevizie. Perché io ho visto i loro video girati con cellulari nascosti perché quelle immagini fossero la memoria della vergogna. 

Insisto. 
Tutto questo é avvenuto e avviene ogni giorno nelle carceri governative e in quelle di miliziani senza scrupoli in Libia. Una realtà che perfino Papa Francesco ha potuto scoprire dalle immagini che gli sono state consegnate. Una verità che ho ascoltato minuto per minuto da  ragazzi e ragazze, da donne e da uomini, selezionati dall'UNHCR (l’alto commissariato per i rifugiati dell’ONU ha avuto il permesso sporadico di entrare in quelle prigioni) come i più vulnerabili, e che sono stati evacuati (liberati) da quelle carceri per essere portati per l’appunto in Niger.

Il lavoro che sta facendo l’UNHCR è unico e mirabile. fa parte di un progetto chiamato ETM (Emergency Transit Mechanism) che dal novembre del 2017 a Luglio di questo anno ha salvato dagli aguzzini libici e dalle loro galere di tortura 1.536 persone che aspettano a Niamey (capitale del Niger) di essere riportati a casa. Oppure di essere assegnati ai vari paesi europei. 
Un corridoio umanitario che dimostra che si può. Che si deve.
Così circa 250 di loro sono già arrivati nella terra d’Europa che pareva più adatta a loro.

Proprio in questi giorni un volo con altri fortunati dovrebbe partire per Niamey. Ma la Libia è ancora a ferro e fuoco. Le milizie del presidente Al Saray e quelle del generale Haftar, che comanda la cirenaica ribelle, hanno ricominciato ad ammazzarsi per spartirsi la torta del petrolio libico. 
A tripoli una bomba è arrivata di fianco all’ambasciata italiana. L’aeroporto principale è chiuso. Centinaia di persone che avevano già visto e sperato la salvezza dovranno aspettare o scomparire per sempre, come accade spesso, in quell’inferno.  

Quello che segue è un video che mostra gli immigrati a Tripoli in fuga dopo il bombardamento di qualche giorno fa. La situazione nei laghetti è allucinante. I carcerieri sono scappati lasciando centinaia di persone senza acqua ne cibo. E i trafficanti di esseri umani non aspettano altro che catturare i fuggiaschi per ricominciare a metterli sui gommoni della morte. 





Stella Pende

lunedì 4 giugno 2018

Argo e l'orco. L'ennesimo cucciolo torturato.

Argo,
Chiamiamolo così, era un cucciolo di sei mesi. 
Qualcuno ad Alatri (Frosinone) ha pensato bene che non serviva più a divertire i bambini in casa e l’ha sparato dalla portiera di un auto.

Argo ha vagato solo e zoppo per strade e campi. Finché non ha trovato un giardino dov'è andato a rifugiarsi. 
La sua condanna. 

Lo ha raccolto agonizzante Luca, il solito volontario che si chiama a soccorrere i poveri animali indifesi. Perché é più facile. 
Argo cercava protezione e invece ha trovato qualcuno che lo ha talmente picchiato da rompergli 8 costole. 
Si racconta che lui, nonostante le botte, ha cercato di resistere, di rimanere dov’era. Gli hanno aperto la testa con un bastone. 
Non uso mai le foto di bambini, cani, vecchi feriti o agonizzanti. 
Cerco di parlare, di raccontare di capire. 

Adesso sono stanca. 

Tutto è vano. Parlare con le istituzioni è perfettamente inutile. Sindaci, assessori e polizia locale rispondono sempre nella stessa maniera. Con l’indifferenza e le menzogne. 

Allora ecco come hanno ridotto Argo. 

Forse questa immagine farà di più che le mie mille telefonate e gli appelli volati nel nulla in questi anni. 
Grazie di avermi letta.




Stella Pende